Koulibaly contro il razzismo su Players Tribune

Koulibaly scrive per a the Players Tribune un bellissimo intervento sul razzismo e sul suo amore per Napoli.

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Credo che i bambini capiscano il mondo meglio degli adulti.

Soprattutto per come vanno trattate le persone.

A volte la gente mi fa queste domande nelle interviste ed è difficile rispondere, mi chiedono: “Kouli, che cosa provi quando la gente ti fa ‘buu buu’? Non ti dà fastidio? Che cosa bisogna fare?”.

Finché non lo vivi, non riesci veramente a capirlo. È una cosa talmente brutta ed è difficile parlarne. Ma cercherò di spiegarti perché voglio far passare un messaggio molto importante a tutti i bambini che leggono questo. Prima di salutarci, ti racconterò della lezione più importante che ho imparato nella vita.

Ma prima di tutto, dobbiamo parlare di odio.

La prima volta che ho veramente vissuto il razzismo nel calcio è stato contro la Lazio qualche anno fa. Ogni volta che prendevo palla sentivo i tifosi che facevano dei versi da scimmia. Mi dicevo che forse me lo stavo solo immaginando. Quando è uscita la palla ho chiesto ai miei compagni: “ma lo fanno solo a me?”.

La partita è ripresa e mi sono accorto che alcuni tifosi della Lazio facevano ‘buu buu’ ogni volta che toccavo la palla. È impossibile sapere cosa sia meglio fare in quel momento. Ci sono stati dei momenti in cui sarei voluto uscire dal campo per mandare un messaggio, ma poi mi sono detto che era proprio quello che si aspettavano che facessi. Ricordo che mi dicevo “Perché lo fanno? Perché sono nero? Non è normale essere nero in questo mondo?”.

Stai facendo il gioco che ami come avevi fatto mille volte prima. Ti senti ferito. Ti senti insultato. Arrivi addirittura a un punto dove quasi ti vergogni.

Dopo un po’ l’arbitro, il Sig. Irrati, ha fermato il gioco, mi è corso incontro e mi ha detto: “Kalidou, sto con te, non ti preoccupare. Facciamo finire questi ‘buu’. Se non vuoi finire la partita fammi sapere”.

Penso che sia stato molto coraggioso, ma gli ho detto che volevo finire la partita. Hanno fatto un annuncio al pubblico e, dopo tre minuti, abbiamo ripreso a giocare. Ma i ‘buu’ non si sono fermati.

Dopo il fischio finale camminavo verso il tunnel ed ero arrabbiatissimo, ma poi mi sono ricordato di qualcosa di importante. Prima della partita c’era una giovane mascotte con cui sono entrato in campo mano nella mano, mi aveva chiesto la maglia e gli avevo promesso di dargliela dopo la gara. Quindi mi sono girato e sono andato a cercarlo. L’ho trovato sugli spalti e gli ho dato la mia maglia. E indovinate la prima cosa che mi ha detto?

“Chiedo scusa per quello che è successo.”

Mi ha colpito molto. Questo bambino chiedeva scusa per non so quanti adulti, e la prima cosa a cui pensava era come mi sentivo io.

Gli ho detto: “Non fa niente. Ti ringrazio. Ciao”.

Questo è lo spirito di un bambino. È questo che manca al mondo in questo momento. So che succedono questi episodi e non solo per il colore della pelle. Sento quello che dicono i tifosi ai miei compagni di squadra, chiamano i serbi “zingari” e chiamano pure un italiano come Lorenzo Insigne “napoletano di merda”.

Dobbiamo fare di meglio. Capita un episodio del genere e le società fanno un bel comunicato e poi succede di nuovo. Si vede invece quanto è cambiata la situazione in Inghilterra. Quando viene identificata la persona responsabile, viene radiata a vita dallo stadio. Spero che un giorno sarà così anche in Italia. Come fai a cambiare la gente? Come gli entri nel cuore?

Non ho le risposte a queste domande. Posso solo raccontarti la mia storia.

Magari le persone mi guardano e vedono solo un calciatore oppure un calciatore nero. Ma sono molto più di questo. Dico sempre ai miei migliori amici: “Se mi vedete come un calciatore e non come il piccolo Kouli, e non come il vostro amico, vuol dire che ho fallito nella vita”.

Sono cresciuto in Francia in una città che si chiama Saint-Dié, dove c’erano tanti immigrati: senegalesi, marocchini, turchi. I miei genitori venivano dal Senegal. In realtà, il mio padre è arrivato per primo, faceva il taglialegna. Sì, un vero taglialegna francese. Esistono veramente. Prima di trovare quel lavoro era andato a Parigi senza documenti e aveva lavorato in una fabbrica tessile. Sette giorni su sette, anche il sabato e la domenica. Lo ha fatto per cinque anni in modo da mettere da parte abbastanza soldi per portare mia madre in Francia. E poi il piccolo Kalidou è nato a Saint-Dié. (Hanno preso ispirazione per il mio nome dal Corano).

Mia madre racconta spesso della prima volta che siamo tornati in Senegal. Avevo sei anni e un po’ di paura. Era la prima volta che vedevo i miei nonni e i miei cugini ed era uno shock vedere come viveva la gente in altre parti del mondo. Tutti i bambini correvano scalzi e ci ero rimasto male.

Mia madre dice che le supplicavo di andare al negozio e comprare delle scarpe per tutti, così potevo giocare a calcio con loro.

Ma mia madre mi disse: “Kalidou, togliti le scarpe. Vai a giocare come loro”.

Alla fine mi sono tolto le scarpe di corsa e sono andato a giocare a piedi nudi con i miei cugini, ed è qui che inizia la mia storia con il calcio. Quando siamo tornati in Francia giocavo tutti i giorni in un piccolo parco vicino a casa. Il campo era metà erba e metà cemento e spesso dovevamo fermare il gioco per lasciare passare le macchine. C’erano tantissimi immigrati nel quartiere quindi giocavamo Senegal contro Marocco, Turchia-Francia, Turchia-Senegal.

Era come il mondiale tutti i giorni.

Era il tipo di quartiere dove, come posso dire? Se tua madre aveva bisogno di qualcosa, non andavi prima al negozio, andavi dal vicino. Nessuna porta ti era chiusa, capito? Andavo dalla nostra vicina e chiedevo: “Ciao, Mohammed c’è?”.

Sua madre mi diceva: “No, è uscito. Ma vuoi giocare con la PlayStation?”.

Io non avevo la PlayStation a casa mia, quindi entravo, mi toglievo le scarpe e mi rilassavo come se fosse casa mia. Ero il benvenuto.

Se la nostra vicina mi diceva: “Kalidou, vai al negozio a prendere del pane”, andavo al negozio come se me l’avesse chiesto mia madre.

Quando cresci in un ambiente del genere sono tutti tuoi fratelli. Eravamo neri, bianchi, arabi, africani, musulmani, cristiani, sì ma eravamo tutti francesi. Avevamo tutti fame, quindi si andava a mangiare tutti cucina turca, o venivano tutti a casa mia a mangiare piatti senegalesi.

Eravamo neri, bianchi, arabi, africani, musulmani, cristiani, sì ma eravamo tutti francesi.
Sì, abbiamo le nostre differenze ma siamo tutti uguali.

Ricordo che durante il mondiale del 2002 dovevamo andare a scuola durante Francia-Senegal. Il torneo si svolgeva in Giappone e c’era il fuso orario. Eravamo tutti usciti durante l’intervallo e giocammo come se fosse la finale della Coppa del Mondo e poi dovemmo rientrare a lezione. Eravamo molto tristi.

La partita iniziava alle 14.

Alle 13:59 il nostro maestro ci disse: “Dai, aprite i vostri libri.”

Noi aprimmo i nostri libri ma sognavamo, nessuno riusciva a pensare di leggere. Avevamo in mente Henry, Zizou, Diouf…

Passarono due, tre minuti, poi il nostro maestro guardò il suo orologio e disse: “Ok, mettete via i vostri libri.”

Pensammo tra noi: “Che succede? Cosa sta dicendo?”.

Poi disse: “Ora guarderemo un film molto formativo che sono sicuro troverete molto noioso.”

Prese il telecomando e sintonizzò la piccola TV dell’aula sulla partita.

Ci disse: “Rimane il nostro segreto, va bene?”.

Fu uno dei momenti più belli della mia vita. Eravamo in 25 in classe: turchi, marocchini, senegalesi, francesi, ma eravamo tutti insieme. Ricordo perfettamente che dopo la vittoria del Senegal camminavo verso casa e vedevo tutti i genitori dei miei amici senegalesi che ballavano per strada. E poi, visto che erano tutti così contenti, anche i genitori dei turchi e francesi iniziarono a ballare con loro.

Questo ricordo mi è rimasto impresso perché è questo il calcio. Il mio quartiere è così.

Puoi avere tutto nella vita: puoi avere soldi, belle macchine, ma ci sono tre cose che non si possono comprare: l’amicizia, la famiglia e la serenità.

Queste sono le cose più importanti della vita. Non si comprano da nessuna parte. È questa la lezione più importante che possiamo insegnare ai nostri figli. I miei genitori me lo hanno insegnato. Del calcio non gli importava davvero nulla.

I miei genitori non venivano mai a vedermi giocare. Mio padre venne una volta, mia madre mai. Ma a volte guardavano le grandi partite con me quando le davano alla TV. Nella mia testa mi dicevo che se non fossero venuti allo stadio allora avrei dovuto portarceli io.

Avrei dovuto giocare partite che davano in TV, in questo modo mi avrebbero guardato.

Non dimenticherò mai della mia prima convocazione in prima squadra a Metz. Sono entrato verso la fine e sapevo che trasmettevano la partita in TV. Subito dopo la partita chiamai mia madre e le chiesi: “Mamma, hai visto? Sei contenta?”.

Mi disse: “Contenta? Giochi sempre a calcio. È normale. È quello che ti piace, no? Solo che ora giochi in TV. È bello”.

Non lo diceva con cattiveria, lei è così. Per lei era lo stesso gioco che facevo da bambino. Forse sarebbe meglio se più persone la vedessero in questo modo. Il calcio è un gioco che deve unire le persone, no? Ho girato il mondo grazie al calcio. Sono andato a Genk in Belgio e poi a Napoli in Italia. Ho imparato tante lingue e ho conosciuto tante persone.

C’è un detto che recita: “Quando impari tutte le lingue, puoi aprire tutte le porte”.

Non ti mento, sono colpevole anch’io di aver avuto pregiudizi su certi luoghi e certe persone. Prima di venire a Napoli ero in ansia perché non sapevo parlare la lingua e la gente parlava male della mafia e così via. Non ci ero mai stato, quindi non sapevo se raccontassero la verità.

Quando impari tutte le lingue, puoi aprire tutte le porte.
Ti racconto una storia divertente.

Giocavo al Genk in Belgio e il mio amico Ahmed sarebbe venuto a stare da me per qualche giorno. Stavo aspettando che arrivasse in stazione quando ricevetti una chiamata da un numero sconosciuto.

Risposi in inglese: “Pronto, chi parla?”

“Buon giorno, sono Rafa Benitez.”.

Gli dissi: “Dai Ahmed, smettila di prendermi in giro. Sono qui ad aspettarti” e attaccai.

Mi chiamò di nuovo e iniziai ad arrabbiarmi.

Gli dissi: “Dai Ahmed, basta. Sono qui. A che ora arrivi?”.

“Pronto? Sono Rafa Benitez”.

Attaccai di nuovo il telefono.

Poi mi chiamò il mio procuratore e risposi.

“Ciao Kouli, come stai? Hai già parlato con Rafa Benitez del Napoli? Ti chiamerà.”

Gli risposi: “Cosa? Ma stai scherzando? Credo che mi abbia appena chiamato. Pensavo che fosse il mio amico a farmi uno scherzo!”.

Il mio procuratore allora chiamò Rafa per spiegargli cosa che era successo così lui mi richiamò e io risposi come se niente fosse.

Gli dissi: “Hello, Rafa! Hello! Bonjour! Hola! Hello!”

“Ciao, vuoi che parli in inglese?”

“Come preferisce, possiamo parlare nella lingua che vuole.”

Alla fine abbiamo parlato in francese.

Mi fece mille domande: “Sei fidanzato, ti piace andare a ballare, conosci la città, i giocatori?”

Gli risposi: “Allora mister, conosco Hamsik”.

A dir la verità non conoscevo veramente i giocatori e non sapevo niente della città ma ovviamente conoscevo Rafa Benitez e tutto quello che mi disse mi fece un’ottima impressione.

Dopo la telefonata chiamai subito il mio procuratore e gli dissi: “Fai tutto quello che devi fare. Andiamo a Napoli”.

Mancavano solo 48 ore alla fine del mercato di gennaio e il Napoli non riuscì a raggiungere un accordo con il Genk. Ma Rafa mantenne la parola e mi prese quell’estate. Quando arrivai per le visite mediche ero ansioso perché non parlavo ancora l’italiano. Il presidente De Laurentiis mi salutò nel corridoio.

Ti racconto un aneddoto.

De Laurentiis mi guardò un po’ storto e mi disse: “Quindi sei tu Koulibaly?”

“Sì, sono Koulibaly”

“Ma non sei alto? Ma non eri alto 1,92?”

“No, presidente, sono alto 1,86”

“Mannaggia! C’è scritto dappertutto che sei 1,92! Devo parlare con il Genk per avere dei soldi indietro!”

“Nessun problema, presidente. Paghi pure il prezzo pieno, gli darò ogni centimetro in campo, non si preoccupi”.

Gli piacque molto questa frase. Si mise a ridere e mi disse: “Va bene, sei il benvenuto qui a Napoli, Koulibaly. Benvenuto”.

Nessun problema, presidente. Paghi pure il prezzo pieno, gli darò ogni centimetro in campo, non si preoccupi.
Dopo le visite mediche, Rafa mi portò a pranzo e la prima cosa che fece dopo che ci eravamo seduti, prima ancora che ci portassero i menù, fu di prendere tutti i bicchieri di vino dalle altre tavole. Li mise sul tavolo e li sistemò. Nella mia testa, mi dicevo, ‘Che sta facendo? È pazzo?’.

Lui mi disse: “Ok, ora ti faccio vedere la tattica.”

Poi arrivò il cameriere e il mister spostò i bicchieri qua e là dicendo: “Noi giochiamo così. Vai qua, poi vai là, capito? Ora bisogna imparare due cose in fretta. Devi imparare la nostra tattica e devi imparare l’italiano”.

“Va bene, mister”.

Quando poi tornai da una breve vacanza Rafa mi chiuse in una stanza con il match analyst e mi fece vedere le mie giocate migliori. Lanci bellissimi, dribbling e interventi in scivolata.

Mi disse: “Questo, questo e quest’altro…”

“Bello, no?”

“Non fare più queste cazzate.”

“Ma ho preso la palla!”

“Questo è culo! Hai recuperato la palla grazie alla tua forza fisica. Se il tuo avversario fosse stato più intelligente, saresti stato in difficoltà.”

Poi mi fece vedere altre immagini. Niente di che. Azioni normali.

Sorrise e disse: “Così. Così va bene. Va benissimo così.”

“Mister, ma sono giocate semplici.”

“Appunto Kouli”.

Questo la dice lunga sulla mia esperienza qui. Ero un ragazzo quando sono arrivato in Italia. Sono diventato un calciatore migliore perché ho imparato la tattica ad alti livelli. Sono così precisi qui sulla tattica, ma la cosa più importante è che sono diventato un vero uomo di famiglia e un vero napoletano.

Anche quando torno a casa in Francia ormai, i miei amici non mi chiamano più “il senegalese” o “il francese”, ma dicono: “Ecco il napoletano”.

Napoli è una città che ama la gente. Mi ricorda l’Africa perché c’è tanto affetto. La gente vuole toccarti, vuole parlarti. La gente non ti tollera, ti ama. I miei vicini mi vedono come un figlio. Da quando sono arrivato a Napoli sono un uomo diverso. Sono davvero tranquillo.

La cosa più bella è che mio figlio è nato qui. Non mi scorderò mai di quel giorno perché è una storia pazzesca che riassume perfettamente Napoli.

Mia moglie era andata in ospedale la mattina e quella sera avremmo giocato contro il Sassuolo in casa. Eravamo in sala video ed il mio telefono continuava a vibrare. Di solito lo spengo ma ero preoccupato per mia moglie.

Mi aveva chiamato cinque o sei volte.

Il nostro allenatore all’epoca era Maurizio Sarri. È un tipo molto intenso, quindi non volevo rispondere. Alla fine uscii di corsa, risposi al telefono e mia moglie mi disse: “Devi venire subito, nostro figlio sta arrivando”.

Allora andai da Sarri e gli dissi: “Mister, mi scusi ma devo andare. Sta nascendo mio figlio!”.

Sarri mi guardò e mi rispose: “No, no, no. Ho bisogno di te stasera, Kouli. Mi servi davvero. Non puoi andare”.

Gli dissi: “Sta per nascere mio figlio, mister. Faccia quello che vuole. Mi dia una multa, una squalifica, non mi importa. Io vado”.

Sarri sembrava così stressato e fumava una sigaretta. Fumava, fumava e rifletteva e poi alla fine disse: “Va bene puoi andare in ospedale ma poi devi tornare per la partita stasera. Ho bisogno di te, Kouli!”.

Andai di corsa in ospedale. Se non sei diventato padre per la prima volta, non puoi capire questa sensazione. Non puoi perderti la nascita di tuo figlio. Arrivai a mezzogiorno e, grazie a Dio, alle 13:30 era nato un piccolo napoletano. L’abbiamo chiamato Seni. È stato il giorno più bello della mia vita.

Alle 16 mi chiamò il mister. Questo tipo, devi capire… è pazzo. Lo dico nel senso positivo ma è pazzo!

Mi disse: “Kouli? Ma torni? Ho bisogno di te. Ho veramente bisogno di te. Ti prego!”

Mia moglie stava ancora recuperando le forze e probabilmente anche lei aveva bisogno di me. Ma non volevo deludere i miei compagni di squadra perché gli voglio davvero bene. E amo la città di Napoli. Mia moglie mi disse di andarci e io andai allo stadio. Stavo iniziando a prepararmi per giocare e Sarri entrò negli spogliatoi e attaccò l’undici di partenza al muro. Io cercavo, cercavo…

Non c’era il mio numero.

Gli chiesi: “Mister, ma sta scherzando?”

“Cosa? È una mia scelta.”

Mi aveva messo in panchina!

Non mi aveva messo neanche titolare!

Gli dissi: “Mister, mio figlio, mia moglie. Li ho lasciati lì. Mi ha detto che aveva bisogno di me.”

“Sì, abbiamo bisogno di te in panchina.”

Tutto quel casino e non giocavo neanche titolare!

Ora che ci penso, mi viene da ridere, ma in quel momento mi veniva da piangere.

Magari pensi che questa sia una storia negativa. Ma per me questa storia è tutto quello che amo di Napoli. Se la dovessi spiegare, non si capirebbe. È come cercare di spiegare una battuta. Devi venire in città e la sentirai. È pazza sì. Ma calda.

Forse mi conosci un po’ meglio ormai.

Sì, sono un calciatore.

Sono un calciatore nero.

Ma non sono solo questo.

Sono musulmano. Sono senegalese. Sono francese. Sono napoletano.

E sono un padre.

Ho girato tutto il mondo, ho imparato tante lingue e aperto tante porte. Ho avuto la fortuna di guadagnare tanti soldi. Ma ti ricorderò ancora della lezione più importante che ho imparato.

Ci sono tre cose che non si possono comprare da nessuna parte: l’amicizia, la famiglia e la serenità.

Lo abbiamo capito da bambini a Saint-Dié e voglio che anche mio figlio lo capisca.

Spero che un giorno lo capiranno anche quelli che mi fanno ‘buu’.

Sì, forse siamo diversi.

Ma siamo tutti fratelli.

La morte di Francesco Rosi

La prima pagina del Mattino

La prima pagina del Mattino

A dispetto di un modo di essere che poteva sembrare sbrigativo, Francesco Rosi aveva un’immensa grazia. Era uno dei pochi registi che, se gli piaceva un tuo film, ti chiamava. Io rimasi impietrito quando ricevetti una sua telefonata per L’uomo in più, avevo trent’anni. Sarebbe successo altre volte. Rosi è stato uno dei pochi registi nella storia del cinema, portatore di un mondo o di più mondi nuovi, CON uno stile inedito, che non ricalcava quel che c’era stato prima. Succede solo ai grandi autori, una ristretta e immensa cerchia mondiale a cui appartiene. L’etichetta di regista d’impegno era una delle tanti semplificazioni che un autore complesso come Rosi è stato costretto a sopportare. Non è solo l’autore di Le mani sulla città, ma di numerosi e splendidi film diversi tra loro. I magliari o Il caso Mattei sono anche strepitosi racconti della grandezza e miseria dell’essere umano, che Rosi realizzava con un metodo, uno stile e una potenza visiva completamente originali e personali. Aveva un suo universo, che non apparteneva e non apparterrà a nessun altro, come è successo solo per pochi grandi registi, come Fellini, Visconti e Antonioni. Il suo lavoro è un’inesauribile fonte di ispirazione per tutti noi che facciamo questo lavoro, lo è stato anche per tanto cinema americano che si è occupato di politica e che forse prima di Rosi non sapeva nemmeno come doveva occuparsene. Sono gli stessi registi americani a riconoscerlo. I tempi sono cambiati, ma il metodo, la serietà, la “cura del tutto” sono una parte del patrimonio di Rosi imprescindibile anche per le generazioni presenti e future, non a fini imitativi, ma perché, come mi diceva oggi Tornatore, il cinema di Rosi è un cinema percorribile. E ha aperto strade laddove prima c’erano vicoli tortuosi su come raccontare al cinema l’ostico, il complicato, le sfumature dei rapporti tra gli esseri umani, attraverso uno stile e una sensibilità irripetibili. Mi porto nel cuore una cena molto bella, viva e divertente di qualche anno fa in cui lui e Raffaele La Capria si appassionarono a parlare di Napoli, della loro gioventù e di un vecchissimo amore in comune, prima dimenticato, ma poi ricordato come se fosse trascorso appena un mese. L’ultimo film che ho girato è anche debitore di quella meravigliosa cena e sarà dedicato a Francesco Rosi.
(Paolo Sorrentino, la Repubblica)

La morte di Pino Daniele

PINO Daniele è morto. A 59 anni. E l’Italia tutta piange la sua scomparsa. Lo fanno le persone comuni, sui social network, le telefonate alle radio, le testimonianze alle troupe televisive. Lo fanno i colleghi, da Baglioni a De Gregori, da Fiorella Mannoia a Jovanotti, da Ramazzotti a D’Alessio, che hanno lasciato messaggi su Facebook e Twitter, o quelli che sono subito accorsi all’Ospedale S.Eugenio di Roma, da Rita Marcotulli a Raf. Lo fanno le istituzioni, dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al premier Renzi. Tutti rendono omaggio a uno dei più straordinari e amati artisti del nostro paese, ad una voce che ha accompagnato la nostra vita, che ha soprattutto parlato per noi e con noi d’amore. E di musica, la sua principale ragione di vita, per la quale provava una passione che nulla avrebbe potuto fermare se non la morte. Una morte improvvisa e inattesa, arrivata a pochi giorni dalla sua ultima esibizione, la sera di Capodanno, a Coumayeur, per la diretta di RaiUno. Continua a leggere

Deraglia un treno della Circumvesuviana: 1 morto e 58 feriti

Il treno deragliato al Pascone, Gianturco

Il treno deragliato al Pascone, Gianturco

Deraglia un treno della Circumvesuviana, nella stessa zona in cui un treno era deragliato (altro incidente mortale) nel 1932. Questo il resoconto del Mattino:

Drammatico incidente di un treno della Circumvesuviana sulla linea tra san Giorgio a Cremano e Napoli. Il convoglio è deragliato per ragioni ancora non precisate in una zona dove erano in corso lavori di manutenzione alla linea. Decine di passeggeri sono stati scaraventati per terra e molti sono rimasti feriti tra le lamiere. Per alcuni le condizioni sono apparse subito gravissime e un uomo, Giuseppe Marotta 71 anni di Napoli, che era rimasto con le gambe amputate è morto subito dopo il ricovero al Loreto Mare. Un altro passeggero, Vincenzo Scarpati, 25 anni, di Torre del Greco è ricoverato in coma nella Rianimazione del Loreto.
E sale il bilancio dell’incidente: secondo la polizia, oltre alla vittima sono 58 le persone rimaste ferite. Quaranta passeggeri sono stati portati al Loreto Mare: fra queste c’è anche un venticinquenne in coma, in rianimazione. Otto persone sono state soccorse invece al San Giovanni Bosco: c’è anche una donna di 53 anni, in prognosi riservata, per un trauma cranico e un
trauma toracico. Anche il conducente, Giancarlo Naso, 45 anni, è stato medicato in questo ospedale, per uno stato d’ansia da choc emotivo, secondo quanto riferito dal direttore sanitario Giuseppe Matarazzo.
Al Cto sono stati portati sette pazienti. Infine al Cardarellì sono stati soccorsi altri tre passeggeri. Secondo la polizia molte persone sono state già dimesse, perché diversi erano i casi di ferite di lieve entità.
Il ministro Matteoli ha nominato una Commissione d’inchiesta.
Il treno deragliato era partito da San Giorgio a Cremano ed era diretto alla stazione del Centro Direzionale di Napoli. L’incidente si è verificato nella zona del Pascone, a Gianturco, quartiere della periferia orientale della città.
Il treno “andava troppo veloce” secondo quanto ha testimoniato uno dei passeggeri soccorsi dai vigili del fuoco a Gianturco. “A bordo del treno c’erano decine di passeggeri – ha raccontato Giovanni Fricano, responsabile dei vigili del fuoco presenti sul posto – e poteva essere una strage. Sul posto è accorsa anche il sindaco Rosa Russo Iervolino: “A questa città non viene risparmiato nulla”, ha detto.
Ma le inchieste aperte da Procura, Regione Campania e ministero dei Trasporti dovranno accertare anche se ci sono stati problemi alla linea ferroviaria (il Codacons chiede una verifica dei sistemi di sicurezza di tutta la linea che è molto vecchia), se c’è stato un guasto meccanico al convoglio (che pure è di ultima generazione), o se addirittura è vero che al momento della tragedia il conduttore stava usando il cellulare (ipotesi tutta da verificare, perché la cabina di guida dovrebbe essere isolata rispetto all’area riservata ai passeggeri).

“Napoli contro tutti”

La “nuova onda” partenopea, la “tradizione liberata”, il risveglio sotto il vulcano, insomma il nuovo “Rinascimento napoletano”. Appena mitigato da un prudenziale punto interrogativo (il titolo del convegno suona appunto così: “Verso un Rinascimento napoletano?”), l’happening che domenica pomeriggio concluderà la settima edizione di “Galassia Gutenberg” si prefigge di celebrare la nuova primavera della cultura napoletana, il riscatto culturale di una città che fino a poco tempo fa gemeva schiacciata ai margini, minata da un male incurabile, vessata da una masnada di affaristi e di corrotti. Celebrazione. E autocelebrazione. Come in tutte le autocelebrazioni, abbonda la retorica di circostanza, il narcisismo autoconsolatorio. Il sindaco Antonio Bassolino, che presenzierà alla cerimonia del riconoscimento del “Rinascimento napoletano” potrà legittimamente vantare la ripulitura delle piazze-salotto della città, la riapertura di Capodimonte, la rivitalizzazione voluta dall’assessore Renato Nicolini del “Mercadante”, il progetto per Bagnoli, la collaborazione delle Soprintendenze, la nuova vitalità di un’istituzione della cultura non soltanto meridionale come l’Istituto di Studi Filosofici di Gerardo Marotta. La stessa Mostra d’Oltremare che ospita la “Galassia Gutenberg” non appare più sgangherata e fatiscente. Il “miracolo” Bassolino sembra contagioso e non ammette discussioni. L’omaggio che “Galassia” dedicherà domenica a un simbolo dell’intelligencija napoletana come Raffaele La Capria ristabilirà idealmente una continuità spezzata. La “napoletanità” ridiventa un valore da esibire con orgoglio. Solo che quest’euforia da “nuovo inizio”, questa atmosfera da nuovo “Rinascimento” alla fin fine mette insieme umori tra loro oppposti, culture tra loro antagoniste, progetti tra loro irriducibilmente distanti. Mentre nel bassolinismo si tende a mettere in rilievo ciò che accomuna Napoli all’Europa, puntando sulla buona amministrazione, sull’immagine di città accogliente e lontana dal clima di paura, caos, violenza e incuria che ne ha condizionato lo stereotipo, nella nuova letteratura, nel nuovo teatro, nel nuovo cinema che contrassegna il “Rinascimento” napoletano si costruisce invece la retorica opposta della Napoli-anti. Antimodernità borghese. Anti-cultura dominante. Un luogo di contraddizione “rispetto all’omologazione del resto del Paese”, sostiene Goffredo Fofi, organizzatore infaticabile di riviste che interpretano il punto di vista di un nuovo meridionalismo aggressivo, nonché promotore della “nuova cultura” che si sta affacciando a Napoli negli ultimi anni. Ecco allora il nuovo cinema di Mario Martone che, dopo Morte di un matematico napoletano dedicato alla figura di Renato Caccioppoli, scandalizza la Napoli “perbene” con il suo L’amore molesto tratto dal romanzo di Elena Ferrante, dove il mare non c’è, non esiste, non bagna mai Napoli e ci si compiace di una Napoli aliena, irriducibile all’Italia normale. Ecco ancora il cinema di Pappi Corsicato. Ecco la musica di Daniele Sepe e gli Almamegretta e il “fenomeno delle Posse” che piace a Fofi (ma anche a Salvatores che ne fa la colonna sonora di un film come Sud, attaccatissimo dallo stesso Fofi). E poi i monologhi teatrali di Lanzetta. E le performances di un’attrice come Iaia Forte che teorizza il dialetto come rottura di un “linguaggio omologato televisivo, insopportabile e inesistente” e che di Napoli e del Sud ama “la prepotenza della natura, nel suo conflitto con la civiltà e con la Storia”. E poi le riviste come Dove sta Zazà, fondata da Fofi ma quotidianamente gestita da Stefano De Matteis, studioso di teatro e antropologo, a da Marino Niola. Una rivista il cui vessillo fu inalberato da subito con il motto: “Ci sentiamo molto più vicini all’Africa che alla Svizzera”. Vale a dire il rifiuto dello stereotipo di Napoli e del Mezzogiorno in generale “come arretratezza, mancanza di sviluppo, come se il freno del Nord consistesse nel suo rifiuto di omologarsi al modello dominante del Nord”. Dunque una rivendicazione esplicita dell’identità del Sud, come antitesi di tutti quei tratti del Nord, la cui mancanza è stata tradizionalmente sentita come lacuna, maledizione, condanna storica e che invece adesso, nell’atmosfera di “Rinascimento” che si respira nella città guidata da un sindaco come Bassolino, viene assunta come contrassegno di un modo di essere esplicitamente incoraggiato e custodito di una personalità storica e collettiva. Una rivendicazione che viene del resto incoraggiata da quel filone di studi che si coagula attorno alla rivista di Donzelli “Meridiana” in cui è lo stesso concetto di sviluppo a essere messo in discussione. Una rivendicazione che trova sistemazione teorica in un libro appena uscito da Laterza di Franco Cassano con il titolo II pensiero meridiano. Un pensiero che abbandona il paradigma dell’arretratezza per invitare il Sud, sede e simbolo del pensiero meridian,, a “riacquistare la forza per pensarsi da sé, per riconquistare con decisione la propria autonomia”. Appunto, il pensiero meridiano come nuova figura intellettuale vissuta come antitesi rispetto ai parametri, ai criteri mentali, agli stili di vita, ai modi di produrre e comunicare tipici di quella civiltà tradizionalmente associata nell’immaginario collettivo al termine onnicomprensivo “Nord”. Una polemica condotta non solo contro il Nord che oggi viene vellicato da tentazioni separatiste, non solo contro quelle descrizioni dell’inferno che sulla scia del fortunato libro di Giorgio Bocca tendono a parlare del Mezzogiorno come terra perduta, ma anche contro Roma: Roma la corrotta, sede della politica e del Palazzo. Pensiero meridiano come “un intero territorio di simboli da rimettere in movimento”, scrive Cassano. Gli stessi simboli che nel teatro, nel cinema, nella letteratura, nella musica caratterizzano gli esponenti del nuovo “Rinascimento” che nelle sale della Galassia Gutenberg si accingono a celebrare Napoli, alla presenza benedicente del sindaco Bassolino. Lontani dal Nord.

Pierluigi Battista, La Stampa,

Le celebrazioni leopardiane a Napoli

Celebrazioni per Giacomo Leopardi: fra tre anni il centenario della morte.