La morte di Francesco Rosi

La prima pagina del Mattino

La prima pagina del Mattino

A dispetto di un modo di essere che poteva sembrare sbrigativo, Francesco Rosi aveva un’immensa grazia. Era uno dei pochi registi che, se gli piaceva un tuo film, ti chiamava. Io rimasi impietrito quando ricevetti una sua telefonata per L’uomo in più, avevo trent’anni. Sarebbe successo altre volte. Rosi è stato uno dei pochi registi nella storia del cinema, portatore di un mondo o di più mondi nuovi, CON uno stile inedito, che non ricalcava quel che c’era stato prima. Succede solo ai grandi autori, una ristretta e immensa cerchia mondiale a cui appartiene. L’etichetta di regista d’impegno era una delle tanti semplificazioni che un autore complesso come Rosi è stato costretto a sopportare. Non è solo l’autore di Le mani sulla città, ma di numerosi e splendidi film diversi tra loro. I magliari o Il caso Mattei sono anche strepitosi racconti della grandezza e miseria dell’essere umano, che Rosi realizzava con un metodo, uno stile e una potenza visiva completamente originali e personali. Aveva un suo universo, che non apparteneva e non apparterrà a nessun altro, come è successo solo per pochi grandi registi, come Fellini, Visconti e Antonioni. Il suo lavoro è un’inesauribile fonte di ispirazione per tutti noi che facciamo questo lavoro, lo è stato anche per tanto cinema americano che si è occupato di politica e che forse prima di Rosi non sapeva nemmeno come doveva occuparsene. Sono gli stessi registi americani a riconoscerlo. I tempi sono cambiati, ma il metodo, la serietà, la “cura del tutto” sono una parte del patrimonio di Rosi imprescindibile anche per le generazioni presenti e future, non a fini imitativi, ma perché, come mi diceva oggi Tornatore, il cinema di Rosi è un cinema percorribile. E ha aperto strade laddove prima c’erano vicoli tortuosi su come raccontare al cinema l’ostico, il complicato, le sfumature dei rapporti tra gli esseri umani, attraverso uno stile e una sensibilità irripetibili. Mi porto nel cuore una cena molto bella, viva e divertente di qualche anno fa in cui lui e Raffaele La Capria si appassionarono a parlare di Napoli, della loro gioventù e di un vecchissimo amore in comune, prima dimenticato, ma poi ricordato come se fosse trascorso appena un mese. L’ultimo film che ho girato è anche debitore di quella meravigliosa cena e sarà dedicato a Francesco Rosi.
(Paolo Sorrentino, la Repubblica)

La morte di Pino Daniele

PINO Daniele è morto. A 59 anni. E l’Italia tutta piange la sua scomparsa. Lo fanno le persone comuni, sui social network, le telefonate alle radio, le testimonianze alle troupe televisive. Lo fanno i colleghi, da Baglioni a De Gregori, da Fiorella Mannoia a Jovanotti, da Ramazzotti a D’Alessio, che hanno lasciato messaggi su Facebook e Twitter, o quelli che sono subito accorsi all’Ospedale S.Eugenio di Roma, da Rita Marcotulli a Raf. Lo fanno le istituzioni, dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano al premier Renzi. Tutti rendono omaggio a uno dei più straordinari e amati artisti del nostro paese, ad una voce che ha accompagnato la nostra vita, che ha soprattutto parlato per noi e con noi d’amore. E di musica, la sua principale ragione di vita, per la quale provava una passione che nulla avrebbe potuto fermare se non la morte. Una morte improvvisa e inattesa, arrivata a pochi giorni dalla sua ultima esibizione, la sera di Capodanno, a Coumayeur, per la diretta di RaiUno. Continua a leggere

Le celebrazioni leopardiane a Napoli

Celebrazioni per Giacomo Leopardi: fra tre anni il centenario della morte.

Il centenario di Leopardi a Torre del Greco

Corriere della sera

Alberto Consiglio pubblica su Corriere della sera un reportage da Torre del Greco in occasione del centenario dell’arrivo di Giacomo Leopardi. Quando scrive, nel 1933, la tomba del poeta è ancora nella chiesa di san Viatale nel quartiere Fuorigrotta. Rivela che sia stato l’onorevole Vico Pellizzari a proporne il trasferimento accanto a quella di Virgilio, dove si trova oggi.

Luigi Barzini lascia Il Mattino

Fin dal 1929 Barzini si era impegnato in trattative per assumere la direzione di un grande quotidiano italiano. Il suo obiettivo era il Corriere della Sera, ma non fu possibile realizzarlo a causa del veto opposto dai proprietari, la famiglia Crespi. Quando nel 1931 Barzini tornò in Italia l’unica proposta che ricevette fu la direzione de Il Mattino e del Corriere di Napoli. Barzini firmò il suo primo articolo di fondo sul Mattino il 3 gennaio 1932[5].
Nel 1932 l’Italia era ormai un paese fascistizzato. Da Oltreoceano, Barzini, non si rese conto di quanto il Paese fosse mutato: tutti i mass media erano controllati dal regime e sottoposti alla censura. Barzini credette di poter fare un giornale indipendente. Ciò gli costò caro: il 18 agosto 1933 gli fu comunicato il licenziamento.
Il Corriere della Sera ne dà notizia parlando di “problemi personali”.

“L’importanza dell’uomo su tutte le cose”

alvaroA Napoli quello che mi colpisce è l’importanza dell’uomo su tutte le cose; altrove è la città, la sua architettura, la sua storia, le sue attitudini che vi parlano chiaro al primo passo; a Napoli è la vita coi suoi atteggiamenti, fermi a un tempo che non è di ieri né d’oggi, come il segreto della vita fissato a un punto medio che non è nuovo né antico, ma di sempre, la media d’una civiltà, che è metropolitana e paesana, come fra le città del mondo si trova forse soltanto a Parigi; una città d’immigrati anche Napoli come tutte le grandi città, ma d’immigrazione antica che ha avuto il tempo di prendere possesso di tutto, e dove i ricordi delle terre lasciate indietro sono rimasti al loro stato originale, senza quelle dimenticanze che fanno di Berlino, per esempio, una città ugualmente d’immigrati, ma che hanno abbandonato i lari nelle terre d’origine. A Napoli l’uomo ha avuto secoli per adattarsi e per posarsi, vi ha formato depositi sociali composti d’una vera e propria razza, che regge il suo ordine antico, come certi muri apparentemente in rovina i grandi edilìzi storici. Solamente l’uomo strettamente parente della natura riesce a costruire aspetti di città di dura pietra: questo è accaduto ai primordi delle città italiane, accadde ed è ancor vivo a Napoli. C’è lo stesso senso della grande montagna e delle soste delle vigne nei terrazzi sul mare. A Napoli l’architettura monumentale è estranea alla terra, e nello stesso tempo è logica, e quasi naturale; importata anch’essa, e spesso da tutt’altro genio che da quello napoletano, costituisce la storia morale di questo popolo: un colle diventa fortezza e insieme è una montagna popolata di villaggi; portoni spropositati reggono spesso abitazioni strettissime ; scenari di muro compatto rosa e giallo sono come una prigione urbana; e giganteschi candelieri di marmo fanno da ornamento alle piazze: sono altrettanti terrori d’una storia in cui tutto si è confuso in un medesimo sentimento, e nello stesso tempo troppo grevi e pomposi perché non vi si insinui il sospetto di una certa ironia. Tutto questo è napoletano. Direi che è il segno più sicuro dell’esistenza d’una capitale. Non v’è nessuna sproporzione fra lo scenario e l’uomo, e quel tanto che in alcuni quartieri di Napoli è inaspettatamente duro, cupo come una prigione, fanatico perfino, risponde al fondamentale sereno animo napoletano, al suo sentimento delle classi nella storia. Perché non v’è luogo come questo dove i limiti delle classi siano segnati da ogni cosa; e tuttavia le classi vi sono solidali, con caratteri comuni, in una strettissima parentela, sul tipo delle società italiane più autentiche. Altrove il predominio d’una classe segnerebbe la decadenza delle altre, là dove le classi moderne si sono cristallizzate. A Napoli questo fatto significherebbe soltanto una successione naturale, negli stessi limiti, nella stessa direzione. La delimitazione delle classi, ognuna nel suo mondo e nella sua concezione della vita, non è affare di questa città, dove è ancora vero il fatto che la differenza tra uomo e uomo è fatta di differenze di condizioni e non di natura e neppure di aspetto. Ed è proprio questo che dà un tono alla vita napoletana, una delle poche società urbane veramente compatte e con caratteri strettamente suoi, fuori dello snobismo internazionale che rende tanto precari altri aggregati cittadini. Tutta Napoli ha i caratteri del popolo in una specie di elaborazione popolare e culturale insieme, si vanta della sua essenza popolare, vi sta in mezzo in una gerarchia naturale, tanto gli elementi popolari italiani sono passibili di elevazione e di perfezione. Nella scala sociale si assiste al sorprendente ripetersi di tipi con caratteri comuni, e torna a mente quello che diceva Stendhal, che solo le fortune distinguono in Italia un uomo dall’altro, e non la nascita. Dicevo prima dell’importanza dell’uomo rispetto alla natura e all’architettura. In nessun altro Paese si ha l’impressione come qui che veicoli, automobili, carrozze, tranvai siano di minor proporzione che altrove, in modo che l’uomo vi sta dentro grande come in una figurazione primitiva, e, meglio, come in una figurazione popolare. Altrove il veicolo e la macchina confondono e limitano l’uomo, a Napoli un tranvai e un’auto carichi di gente danno l’idea della folla che si serve della macchina come un tempo del ciuco o del cavallo; v’è sempre l’idea della gita più che della costrizione metropolitana, è un’evasione festiva, con un mezzo più comodo e forse meno serio di un mezzo naturale. E poi, con quella facilità d’interpellarsi e di porgersi aiuto l’un l’altro! Sarà effetto dell’aria e della luce che vi si distende specchiata dal mare, come nell’eterna campagna mediterranea, che isola uomini e cose in un’armonia che fu già il fondamento d’un’arte felice e di pieno equilibrio. Ma a Napoli l’architettura non ha un predominio schiacciante come nel settentrione, rimane invenzione degli uomini o segno delle loro ambizioni e dei loro timori, tanto che il barocco spagnuolo non ha perduto qui i suoi caratteri e l’architettura dove è più allettante simula un certo ordine popolare che è poi un ordine morale e sociale. La pietra, spesso lavorata in un modo ozioso e fino al vaniloquio, è arida pietra che non riesce mai a formare un paesaggio e un mondo puramente architettonico è invece qualcosa come un ricordo e uno stato d’animo; vi concorre la luce, l’idea dell’acqua, del mare, del cielo, a renderla ostile, e in nessun luogo è tanto facile come qui vedere il convento e il palazzo che somigliano a prigioni, o, al contrario, palazzi che sembrano case di campagna perdute nella grande città. Sì, ma con un sentimento dell’aria e della luce che troveremo più agitato andando più giù nell’Italia meridionale. E’ questo il carattere che chiamerei morale della struttura di Napoli. Si direbbe che in un ambiente d’aria e di luce buone per tutti, prodighe a tutti, aria e luce diventino la conquista più importante, il segno più palese del benessere, della ricchezza, della potenza. V’è qualcosa di antico, di naturale nel fatto che sole e aria e bella veduta siano al sommo dei pensieri di tutti, e formino uno dei motori di questa civiltà. Bisogna essere meridionali per capirlo del tutto. E questo in una natura straordinariamente formata, che non si può dir più terrestre, ma d’un ordine più alto, anche se più letterario. La natura di Napoli è assai lontana da quello che di solito intendiamo quando diciamo campo, mare, monte. L’occhio vuole la sua parte, è un modo di dire meridionale. Bisogna conoscere la campagna che si stende da Napoli a Salerno per rendersi conto come anch’essa abbia la sua architettura, il suo ritmo, il suo schema, con quel gusto degli elementi diversi disposti in un ordine tutto particolare, che è tutta una civiltà complessa, come il gusto toscano pei palazzi. La campagna è un fatto solo con la città, e non un elemento contrastante o un’alternativa fra mondi opposti, ma il fondamento d’un gusto e d’una disposizione dell’animo fermati in una stagione classica, senza decadenze né imbarbarimenti. Qui lo stile s’è mantenuto in un rapporto originale, come in un modello di architettura. Città e campagna hanno lo stesso felice rapporto che tra vita e arte etrusca, dove non si distingue fino a che punto l’animo popolare abbia improntato di sé le forme più alte della vita. Il quale animo non è in un atteggiamento di villaggio, né chiuso né idolatra, ma ha una rispondenza coi gusti fondamentali dell’uomo come d’un Eden mai smarrito. Si notino a Napoli gl’infiniti chioschi dove non si vende che acqua, ornati di frutta; o la frutta stessa nei piccoli mercati, che è un vero lusso; o il sapore della cucina, quasi tutto tendente a certi sapori acidi che sono assai nel gusto delle donne e dei ragazzi, e quindi delle creature più vicine agli elementi originali della creazione. E lo stesso Vesuvio fornisce un vino aspro, che è un’altra nota in questi acri sapori. E’ una città d’un milione d’abitanti che non s’è scordata la natura, pur con le fortezze più cupe che la dominano. L’invito dei mercati è alla bellezza delle derrate, a uno spettacolo puramente visivo, come se la bellezza fosse tutto. In un mondo che si adorna tanto facilmente degli appellativi di meccanico, questa città da un pezzo ha conosciuto i piaceri delle evasioni nella natura, che è un carattere d’oggi. Gli stranieri vi corrono come a non si sa che bizzarra varietà, ne scrivono, anche, con una leggerezza incauta, pochi hanno capito l’essenza estremamente libera e sottile di questo paese. La quale essenza si può misurare meglio in questi tempi in cui stanno crollando tutti i convenzionalismi cui si era affidata una società nel pieno benessere, e che s’era fatte tante comode virtù. Al primo segno di malessere vediamo virtù e convenzioni crollare, caratteri insospettati uscir fuori, e le civiltà in fama di raffinate mostrare non si sa che stupida barbarie. E’ proprio questo il tempo in cui si misura cosa voglia dire civiltà, e civiltà antica, e senso del diritto e dell’umanità. Nei paesi a civiltà provata, la resistenza a un tempo duro come questo è un fatto secolare come se soccorresse un’esperienza lunga delle crisi di civiltà. A ogni modo, nessuno degli spettacoli veramente selvaggi che danno i popoli cosiddetti civili è apparso in Italia. Nessuna civiltà è durata tanto poco quanto quella che vede il crepuscolo in questi anni; e se mai la prova dovesse durare ancora, si vedrebbero, proprio nelle nazioni che ieri formarono il modello della civiltà, spettacoli assai più gravi di quelli che abbiamo veduto, e gli aggregati nazionali tenuti insieme dalla facile forza della ricchezza tornare alle primitive avventure e al banditismo. A Napoli, pur modernissima e metropolitana, meno che altrove si trova l’infatuazione della modernità per la modernità, tutto vi acquista un colore armonico, fin le più moderne invenzioni che entrano qui in un regno naturale e sottomesso tanto più notevole quanto più disparati sono i suoi elementi. Sia che la funicolare vada su per la china del Vomero, sia che l’aeroplano infili l’imboccatura del porto e levi verso sud come a un regno d’uccelli fantastici, la civiltà meccanica non ha inciso per nulla il carattere del popolo il quale si serve di cotesti nuovi prodigi come di comode fantasie. Ci vuol poco perché queste cose assumano l’aspetto del giocattolo. E del resto l’uomo costruisce perpetuamente se stesso; una macchina, quale essa sia, è sempre un modello della struttura dell’uomo il quale nella macchina pone polmoni e cuore e stomaco e la bocca e il resto: perpetua autobiografia per cui l’uomo non può mai uscire da se stesso, ed è la misura di tutto

Corrado Alvaro, su La Stampa, 20 maggio 1932