“Napoli contro tutti”

La “nuova onda” partenopea, la “tradizione liberata”, il risveglio sotto il vulcano, insomma il nuovo “Rinascimento napoletano”. Appena mitigato da un prudenziale punto interrogativo (il titolo del convegno suona appunto così: “Verso un Rinascimento napoletano?”), l’happening che domenica pomeriggio concluderà la settima edizione di “Galassia Gutenberg” si prefigge di celebrare la nuova primavera della cultura napoletana, il riscatto culturale di una città che fino a poco tempo fa gemeva schiacciata ai margini, minata da un male incurabile, vessata da una masnada di affaristi e di corrotti. Celebrazione. E autocelebrazione. Come in tutte le autocelebrazioni, abbonda la retorica di circostanza, il narcisismo autoconsolatorio. Il sindaco Antonio Bassolino, che presenzierà alla cerimonia del riconoscimento del “Rinascimento napoletano” potrà legittimamente vantare la ripulitura delle piazze-salotto della città, la riapertura di Capodimonte, la rivitalizzazione voluta dall’assessore Renato Nicolini del “Mercadante”, il progetto per Bagnoli, la collaborazione delle Soprintendenze, la nuova vitalità di un’istituzione della cultura non soltanto meridionale come l’Istituto di Studi Filosofici di Gerardo Marotta. La stessa Mostra d’Oltremare che ospita la “Galassia Gutenberg” non appare più sgangherata e fatiscente. Il “miracolo” Bassolino sembra contagioso e non ammette discussioni. L’omaggio che “Galassia” dedicherà domenica a un simbolo dell’intelligencija napoletana come Raffaele La Capria ristabilirà idealmente una continuità spezzata. La “napoletanità” ridiventa un valore da esibire con orgoglio. Solo che quest’euforia da “nuovo inizio”, questa atmosfera da nuovo “Rinascimento” alla fin fine mette insieme umori tra loro oppposti, culture tra loro antagoniste, progetti tra loro irriducibilmente distanti. Mentre nel bassolinismo si tende a mettere in rilievo ciò che accomuna Napoli all’Europa, puntando sulla buona amministrazione, sull’immagine di città accogliente e lontana dal clima di paura, caos, violenza e incuria che ne ha condizionato lo stereotipo, nella nuova letteratura, nel nuovo teatro, nel nuovo cinema che contrassegna il “Rinascimento” napoletano si costruisce invece la retorica opposta della Napoli-anti. Antimodernità borghese. Anti-cultura dominante. Un luogo di contraddizione “rispetto all’omologazione del resto del Paese”, sostiene Goffredo Fofi, organizzatore infaticabile di riviste che interpretano il punto di vista di un nuovo meridionalismo aggressivo, nonché promotore della “nuova cultura” che si sta affacciando a Napoli negli ultimi anni. Ecco allora il nuovo cinema di Mario Martone che, dopo Morte di un matematico napoletano dedicato alla figura di Renato Caccioppoli, scandalizza la Napoli “perbene” con il suo L’amore molesto tratto dal romanzo di Elena Ferrante, dove il mare non c’è, non esiste, non bagna mai Napoli e ci si compiace di una Napoli aliena, irriducibile all’Italia normale. Ecco ancora il cinema di Pappi Corsicato. Ecco la musica di Daniele Sepe e gli Almamegretta e il “fenomeno delle Posse” che piace a Fofi (ma anche a Salvatores che ne fa la colonna sonora di un film come Sud, attaccatissimo dallo stesso Fofi). E poi i monologhi teatrali di Lanzetta. E le performances di un’attrice come Iaia Forte che teorizza il dialetto come rottura di un “linguaggio omologato televisivo, insopportabile e inesistente” e che di Napoli e del Sud ama “la prepotenza della natura, nel suo conflitto con la civiltà e con la Storia”. E poi le riviste come Dove sta Zazà, fondata da Fofi ma quotidianamente gestita da Stefano De Matteis, studioso di teatro e antropologo, a da Marino Niola. Una rivista il cui vessillo fu inalberato da subito con il motto: “Ci sentiamo molto più vicini all’Africa che alla Svizzera”. Vale a dire il rifiuto dello stereotipo di Napoli e del Mezzogiorno in generale “come arretratezza, mancanza di sviluppo, come se il freno del Nord consistesse nel suo rifiuto di omologarsi al modello dominante del Nord”. Dunque una rivendicazione esplicita dell’identità del Sud, come antitesi di tutti quei tratti del Nord, la cui mancanza è stata tradizionalmente sentita come lacuna, maledizione, condanna storica e che invece adesso, nell’atmosfera di “Rinascimento” che si respira nella città guidata da un sindaco come Bassolino, viene assunta come contrassegno di un modo di essere esplicitamente incoraggiato e custodito di una personalità storica e collettiva. Una rivendicazione che viene del resto incoraggiata da quel filone di studi che si coagula attorno alla rivista di Donzelli “Meridiana” in cui è lo stesso concetto di sviluppo a essere messo in discussione. Una rivendicazione che trova sistemazione teorica in un libro appena uscito da Laterza di Franco Cassano con il titolo II pensiero meridiano. Un pensiero che abbandona il paradigma dell’arretratezza per invitare il Sud, sede e simbolo del pensiero meridian,, a “riacquistare la forza per pensarsi da sé, per riconquistare con decisione la propria autonomia”. Appunto, il pensiero meridiano come nuova figura intellettuale vissuta come antitesi rispetto ai parametri, ai criteri mentali, agli stili di vita, ai modi di produrre e comunicare tipici di quella civiltà tradizionalmente associata nell’immaginario collettivo al termine onnicomprensivo “Nord”. Una polemica condotta non solo contro il Nord che oggi viene vellicato da tentazioni separatiste, non solo contro quelle descrizioni dell’inferno che sulla scia del fortunato libro di Giorgio Bocca tendono a parlare del Mezzogiorno come terra perduta, ma anche contro Roma: Roma la corrotta, sede della politica e del Palazzo. Pensiero meridiano come “un intero territorio di simboli da rimettere in movimento”, scrive Cassano. Gli stessi simboli che nel teatro, nel cinema, nella letteratura, nella musica caratterizzano gli esponenti del nuovo “Rinascimento” che nelle sale della Galassia Gutenberg si accingono a celebrare Napoli, alla presenza benedicente del sindaco Bassolino. Lontani dal Nord.

Pierluigi Battista, La Stampa,

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“Donne e canzoni napoletane”

Ahi. purtroppo dicono che la canzone a Napoli sia morta! Se ne può parlare ora perché Piedigrotta è passata da un po’ di tempo o di canzoni quelle che han fatta la loro strada sono già molto lontane; se ne può parlare perché poeti e musicisti hanno rinfoderato i loro brandi corruschi e affilati, e sono più amici di prima. Ma è proprio vero che la canzone a Napoli non esiste più, o che è definitivamente diventata “canzonetta”? Non le diamo colpa, non la accusiamo di un peccato che non ha, perché se il cambiamento è avvenuto non è stato certo per colpa sua. Il fatto vero è che le donne a Napoli non sono più quelle di una volta, precisamente dell’epoca nella quale le canzoni incominciarono a fiorire, e le donne erano rotonde, sode, con i colori della buona salute sul viso, e con la salute avevano quella tale filosofia fatta di virile rassegnazione, di una rassegnazione che non dà in ismanie contro li destino avverso, ma lo accoglie sorridente e si prepara a trovare opportune rimedio “azzeccose”… Non sapete che cosa significa? Non sapete che gamma di saporose e dolcissime sfumature è in questa parola, che non si traduce in italiano perché se la si traducesse suonerebbe quasi un’offesa: la traduzione letterale sarebbe “appiccicaticce”! Dio ci scansi da simile specie di donne, Dio ci tenga lontani dalle ventose di donne appiccicaticce. Ma una donna napoletana, “azzeccosa” era tutt’altra cosa; era la incarnazione perfetta dell’amore sottomesso e prepotente, dell’amore che dava per poter far valere il diritto dì chiedere, tutto moine senza annoiare, profondità di carezze, sollecitudine di ogni cosa che potesse piacerti, umiltà di sentimenti di fronte all’amato, tutta baci, tutta strette, tutta desiderio di protezione con quelle mosse feline e graziose dei gatti quando vogliono il piacere di stropicciarsi contro il tuo petto… Senza “appiccicarsi” però: che quando, appena appena, vedevano che le loro moine, e il loro amore era mal sopportato, o poco poco annoiava, ecco che si facevano prendere dalla loro indomabile superbia, e si affrettavano a darti il benservito, per non avere la umiliazione di averlo loro… Poi una volta le donne napoletane si chiamavano Nannina, Carmela, Fortunella, Rosina, Teresina… Ora se un padre e una madre ancora dietro alle vecchie idee si son permessi di dare il nome di Nannina ad una figliuola, ecco che la signorina appena va a scuola ripudia il dialettale diminutivo e allunga il suo nome in “Annamaria”… Se siete buoni mettetecelo voi un nome cosi lungo — “Annamaria” — in un verso.e vedete quello che ne esce. Per necessità e per moda il nome nel verso da Nanni’ è diventato Niny e tutta la canzone è cambiata. La canzone è diventata canzonetta. Non ridete. E’ proprio cosi: perché un cambiamento di nome, specie quando il cambiamento avviene con la aggiunta di qualche ipsilonne, quando diventa dimostrazione di snobismo, vuol dire il capovolgimento di tutta una serie di abitudini, di tutta una educazione. Appena qualche paio di decine di anni indietro Niny era ‘nome esotico che faceva ridere, tanto che la canzonettista un po’ maniaca, la canzonettista sfiatata, la canzonettista di basso rango che voleva camuffarsi per esotica al cento per cento aveva un nome buffo “Niny Tirabusciò”. Canzoni se ne fanno ancora però, se ne faranno per un pezzo assai lungo, se ne faranno finché ci sarà uno straccio di carta pentagrammata ed un cultore di musica, ma non saranno quelle di una volta. Il regno della canzone è stato l’Ottocento. Allora si cantava e non si ballava: le donne cantavano come modo di temperare il loro dolore, di esprimere la loro gioia, di dire quello che avevano di incompreso allo stato primordiale di aspirazione nel loro cuore. E poi lavoravano con gioia. Il lavoro della casa, della famiglia, della cucina, e allora cantavano. Allora tutto si faceva in casa: l’estratto di pomodoro per i vermicelli durante l’inverno quando di pomodori freschi non ve ne sono; la sugna che quando è di vero maiale è più buona e saporita del burro; si facevano le marmellate che si chiamavano né più né meno che “conserve di frutta”; si mettevano a seccare al sole i fichi e varie specie di legumi per l’inverno, e, infine, si mettevano con somma cura e molto amore, poiché servivano a prevalenza per gli uomini di casa, le “ceraselle” nello spirito con qualche po’ di spezie che desse fragranza e sapore più forti. Ora perché affaticarsi tanto? Tutto, c’è in scatole, in barattolo, in conserva, in bottiglia, ben tappato e conservato, pronto all’uso, non c’è che da stappare. Anche i vermicelli con le vongole, sono pronti, belli e conditi in iscatola: basta aprire la scatola a tutto è pronto… E allora? Dal canto, poi, dicevamo, slamo passati al ballo: si ballava la polca, la mazurka, il boston, ma ogni tanto una volta, ed andare ad un ballo per una donna era un avvenimento. Si incominciava col pensare alla toletta un mese prima, si compulsavano figurini, sarte e amiche; la gran sera veniva, alla porta aspettava la carrozza fittata per l’Occasione, e si andava come una regina andava ad una gran parata. La fretta, l’ansia, la velocità, il desiderio di godere, di farsi notare, di preponderare, hanno preso tutti, la vita è diventata un’altra, e la canzone è cambiata. Perché lamentarsi? I ritmi sincopati prendono il posto della frase larga e distesa, il passo è breve e saltellante invece che lungo e strascicato; la canzone diventa come è, e per distinguerla dalla antica gli eterni scontenti la chiamano dispregiativamente “canzonetta”. Come una volta — cambiato l’animo ed i tempi — gli scontenti chiamarono dispregiativamente “operetta” quella che non era la grande “opera”, l’operetta entrò trionfalmente nel numero delle belle cose di arte, quando trovò chi seppe elevarla a forma e dignità imperiture. Ma non è per questo da cantare l’epicedio all’amore istintivo per la musica che è nei napoletani, ancora vivo, non è per questo da cantare le lodi funebri di quello che fu e dire che non estete più la canzone. Bisogna solamente pensare che ai versi immortali

Duorme Cunce’ ca ‘o cchiù bbello d”a vita è ‘o ddurmì

non si possono sostituire altri versi che questi:

Dormi Niny nella vita è ormir bello inver…

Paesaggi napoletani

Corrado Alvaro così scrive su La Stampa del 4 ottobre 1932

Venivo dalle valli della costa di Amalfi, il paese dei devoti delle miracolose Madonne, dove i venti del mare sono capricciosi, le strade tagliate a picco nella roccia, le case sospese sull’orlo dei precipizi e i massi fermi sul punto di una immane rovina. A ogni punto più minaccioso la Madonna col Bambino ha la sua nicchia; anche gli scogli che si drizzano sulla riva o stanno isolati tra le onde sono a due a due, uno grande e uno piccolo, e il grande protegge il piccolo dagli assalti del mare; talvolta le piante che sbucano da ogni interstizio del masso fanno sulla sommità di tali simulacri naturali una corona d’erbe e di fiori selvaggi con una simmetria meravigliosa. Il popolo chiama queste figure di pietra: la Madonna e il Bambino, e ogni paese ha il suo; è un tema di quella famosissima strada. Il crinale delle rocce forma anch’esso profili di creature; perciò la montagna sembra viva. Si aprono nella montagna, lungo la strada, grotte e caverne, volte e nicchie, absidi come di cattedrali, e il piccone e la mina hanno messo alla luce del sole decorazioni di stalattiti. Ogni commessura della pietra ha le sue piante erranti, di color azzurro come sono le piante delle rocce; più oltre l’ulivo ha lo stesso colore. E’ come se fossero alimentati dalla salsedine. La gente di questi luoghi, da Positano a Maiori, abita paesi nobilissimi, di vecchia architettura amalfitana, con cupole, portichetti, giardini pensili. Le case sano spaziose e circondate di orti e giardini a terrazze, separate l’una dall’altra con un sentimento d’indipendenza e di solitudine che ci si domanda da quale razza sia venuto. Si vede spesso gente povera uscire da palazzetti del Settecento, col giardino ricco, una decorazione da cornici veneziane alle finestre. S’immagina che gente del popolo, rimasta nel paese dopo la partenza d’una razza di signori, abbia occupate le case loro. Ed è così. Erano città fiorenti e prospere al tempo della navigazione a vela, avevano commerci con Genova cui fornivano legni e uomini, conobbero i commerci del Mediterraneo occidentale insieme con la loro grande amica. La strada di Amalfi e di Sorrento non era ancora aperta, e il cammino più facile era il mare. Per valicare il passo di Monte Sant’Angelo che li divide dal versante di Castellammare, solo mezzo era una sedia con quattro portatori per oltre tre ore di cammino. Qui stavano gran signori, i quali, coi commerci, adottavano le mode e le eleganze vedute nei loro viaggi. I velieri tornavano a Positano coi mobili comperati a Genova. Nello stile del paese, rimasto più intatto che ad Amalfi, si fecero palazzi e ville, capolavori di architettura popolare che sarebbe opportuno difendere con le leggi stesse che difendono il paesaggio e i monumenti illustri. Essi sono la nobiltà del popolo. Fino a qualche anno fa, e all’arrivo di qualche antiquario accorto, questi paesi erano ricchi di bei mobili, e ancor oggi capita di vedere, per una porta aperta in un vicolo, fra tante cose comuni, un mobile illustre, una delizia settecentesca. Il Settecento dovette essere il periodo delle maggiori fortune di questa contrada: il tema di quell’architettura, ma complicata col gusto popolare, è pur sempre quello. Venne la navigazione a vapore, gli armatori abbandonarono le loro ville e i loro palazzi, il mare divenne deserto, alcuni quartieri abbandonati crollarono; mostrano ancor oggi certi disegni di caminetti, di altane, di balconcini, perfino di cucine, che hanno un gusto originale, che sono la traduzione di tante cose ricche e illustri in uno stile del luogo che rammemorava fantasticando le cose visitate. La gente, alcuni si diedero alla pesca, altri emigrarono in America dove seguitarono l’altra loro attitudine naturale alle piante e ai frutti. Perché sono architetti e agricoltori nati, il più bel vanto che si possa fare di un popolo. La terra, strappata palmo a palmo alla montagna e alla roccia, è buona e dà tre raccolti l’anno; in luglio e agosto si vedono le arance gialle all’albero, i limoni sono un frutto perpetuo, le rose fioriscono senza stagioni, alle prime piogge di settembre si seminano gli ortaggi che altrove vanno a primavera, ed è la seconda semina dell’annata. Si può dire che la terra la trasportano col fazzoletto, e dove la roccia fa imbuto la circondano di una mora di sassi, contro le intemperie. Questi sono per la montagna scoscesa i loro orti e uliveti famosi. Vi portano su, quando non possono altro, la sabbia del mare. E’ gente diversa da ogni altra della regione, sono taciturni e calmi; le donne sono anch’esse da fatica, hanno della virago, e tra di loro non si sente mai dire di quei drammi sentimentali che scoppiano sovente nei climi morbidi. Sono architetti nati, ho detto, e le loro case le fanno con logica, con un sapiente sfruttamento del terreno, con un tale senso di costruttori che il razionalismo moderno ha in loro dei precursori. E’ un’antica corporazione naturale, che nessuno ha ancora pensato a ricostituire, prima che il modello bastardo dell’architettura comune penetri fin là. La loro casa ha l’orto, il cortile davanti al portico, sul portico la terrazza. A terreno sono le stanze della vita comune; sopra, al livello della terrazza,quelle di abitazione. I tetti sono a cupole lisce, e dall’alto fanno un panorama di bagni romani, o turchi, che è forse lo stesso. All’orto, all’albero, al cortile e alla terrazza, sacrificano lo spazio altrimenti adatto a ingrandire l’abitazione; colorano la casa di due colori spesso, e di dentro di un bellissimo bianco in cui la luce grande della contrada fa l’atmosfera d un bagno vitale, l’indimenticabile chiarità del Mezzogiorno. Ho veduto certi mulini loro composti di cilindri e di cubi di muratura sovrapposti, che ricordano le nude forme della moderna architettura funzionale. Mi pare certo che la consuetudine invalsa in alcune città dell’Europa settentrionale, di tingere i palazzi di due colori, sia nata in queste contrade che i Settentrionali conoscono a meraviglia, II sole in queste valli scompare prima della sua ora, e alle cinque la valle è immersa nell’ombra uguale e pur tanto chiara, che l’estate dura due o tre ore, e che ha del lungo crepuscolo, come se ne vedono nell’Europa del nord. Ma basta valicare i passo di Sorrento per trovarvi una natura diversa, e quella precisamente che va sotto il nome di napoletana. Ho detto che in questa costiera non esistono gradazioni di luce; si passa dal sole sfolgorante alla fosforescenza del crepuscolo di tre ore, ciò che influisce anche sui sentimenti. Il sole è tanto vibrato che a chi non si difende dà strani disturbi, come si sente raccontare di contrade favolose più a sud. E’ una luce immensa che si mette in lotta con gli organismi, li sconvolge, li rinnova, e l’uomo si sente scintilla dell’immenso creato. Ma passata la sella di Sorrento, verso la punta della Campanella, è come se quel lume abbagliante lo posassero in terra, e vi vengono incontro le ombre vivide, i chiari e gli scuri, e si rivedono i vapori che velano le cose. II rosa e il grigio riprendono il loro dominio, questi colori tutti napoletani, checché ne pensino certi pittori. Qui gli orti felici si stendono in tutto il loro lusso naturale, e il mare vi brilla e li rende più profondi. Conosco molte strutture di giardini e di orli, e direi che, se si toglie la Toscana, nessun’altra terra offre un aspetto che pare composto in uno schema, come questa. Il pino napoletano, la chioma dell’arancio, la statura della vite di questa contrada, chi li ha veduti una volta li distingue fra mille. La vite è alta e forma viali d’ombra ; l’arancio ha la chioma irta a fiammelle, al contrario dell’arancio greve e tondo della Sicilia; il pino gracile ha qualcosa del fiore dell’agave. Tornando dunque dalla regione amalfitana, questo aspetto del paesaggio immediatamente vicino a Napoli viene incontro come a chi arriva da lontano, e non è passata più di mezz’ora d’automobile da quei luoghi. Avevo veduta una contrada che ancora si può dire di sorprendere intatta, confinata com’è tra monte e mare; la stessa razza non è bella, e aumenta il sentimento della solitudine e di vivere tra cose remote e chiuse. Ma a Sorrento la vitalità del popolo, felice dei suoi orti, della sua aria, della sua luce, vi riporta a qualcosa di liberato e di estatico. Qui s’incontrano le ragazze che parlano ridenti e si baciano, secondo.l’abitudine delle ragazze di Napoli così facili ad abbandonarsi fra di loro e di baciarsi in pubblico come se si dicessero qualcosa all’orecchio. La loro razza è tutt’altra, e gli occhi, le labbra, il colore, sono segni che si riconoscono. Sui muriccioli le bambine coi grandi occhi e la carnagione calda conoscono la felicità segreta del mondo naturale: e la stessa vita vi si snoda intorno senza fatica, coi carrettini di verdura e di vino, al trotterello facile dell’asino piccolo e bigio, come se in questa terra la fatica umana fosse assolta dalla sua condanna, e ad essa fossero confidate le cose del vivere come merci abbondanti d’una festa della terra. E i fiori sgargianti, bizzarri, popolareschi, rosa e viola, vi mettono una fiammella. Alle finestre le donne, nell’ombra dei giardini ragazzi e bambine, sembrano nelle profondità di stanze lussuose. E’ facile dire che Tasso, il sentimento degli orti e dei giardini che rischiarano tanto soavemente il suo poema, li avesse da una reminiscenza di questi suoi luoghi, e tutta la sua pastorelleria, capricciosa alle soglie del barocco, e i suoi canti agresti, gli strumenti rustici che si sentono nelle sue selve, che hanno un timbro miracolosamente salvo da ogni convenzionalità, li abbia tratti da qui. E anche le mollezze e i piaceri dei suoi giardini incantati appartengono a quest’ozio. E le colombe che volano nelle sue liriche, i fiori che si aprono al principio dei suoi madrigali, sono questi fiori, e queste colombe che si vedono bianchissime volare, come innalzate da un’improvvisa tempesta. Le strade dei paesi lungo la costa di Sorrento si aprono col loro Settecento divenuto popolare, il Settecento che attecchì qui e che sa di buoni affari e di agiatezze d’un secolo ornato e intraprendente. E questa è la seconda zona. La terza è quella alle falde del Vesuvio, da Pompei a Napoli. La casa diviene bassa, tronca, con una lunga scala esterna che quasi fa da àncora sulla terra. La terra è d’oro, si ferma sull’argine della strada come un torrente rappreso, si ricorda dell’eruzioni. Si può dire, osservando case come queste, e la propaggine della scala, e la casa, che siano la traduzione architettonica del Vesuvio che le domina. I paesi sono chiari come le pietre d’un letto di torrente all’asciutto. E tutto questo popolo di verdure, di fiori, di pozzi, di asini bendati intorno al pozzo, e gli orti disposti come in una geometria, e l’incombente Vesuvio colore di rosa, di cui sfuggono quasi le dimensioni reali, v’è da giurare che occhi di migliaia d’anni e gli stessi occhi di Virgilio li abbiano veduti sempre gli stessi, e gli stessi atteggiamenti degli agricoltori, e perfino i loro cappelli e i loro vestiti rustici. V’è una delicatezza di scavo, una gracilità da paesaggio antico, contrariamente all’idea sgargiante che di solito ci si fa della terra napoletana.

“L’importanza dell’uomo su tutte le cose”

alvaroA Napoli quello che mi colpisce è l’importanza dell’uomo su tutte le cose; altrove è la città, la sua architettura, la sua storia, le sue attitudini che vi parlano chiaro al primo passo; a Napoli è la vita coi suoi atteggiamenti, fermi a un tempo che non è di ieri né d’oggi, come il segreto della vita fissato a un punto medio che non è nuovo né antico, ma di sempre, la media d’una civiltà, che è metropolitana e paesana, come fra le città del mondo si trova forse soltanto a Parigi; una città d’immigrati anche Napoli come tutte le grandi città, ma d’immigrazione antica che ha avuto il tempo di prendere possesso di tutto, e dove i ricordi delle terre lasciate indietro sono rimasti al loro stato originale, senza quelle dimenticanze che fanno di Berlino, per esempio, una città ugualmente d’immigrati, ma che hanno abbandonato i lari nelle terre d’origine. A Napoli l’uomo ha avuto secoli per adattarsi e per posarsi, vi ha formato depositi sociali composti d’una vera e propria razza, che regge il suo ordine antico, come certi muri apparentemente in rovina i grandi edilìzi storici. Solamente l’uomo strettamente parente della natura riesce a costruire aspetti di città di dura pietra: questo è accaduto ai primordi delle città italiane, accadde ed è ancor vivo a Napoli. C’è lo stesso senso della grande montagna e delle soste delle vigne nei terrazzi sul mare. A Napoli l’architettura monumentale è estranea alla terra, e nello stesso tempo è logica, e quasi naturale; importata anch’essa, e spesso da tutt’altro genio che da quello napoletano, costituisce la storia morale di questo popolo: un colle diventa fortezza e insieme è una montagna popolata di villaggi; portoni spropositati reggono spesso abitazioni strettissime ; scenari di muro compatto rosa e giallo sono come una prigione urbana; e giganteschi candelieri di marmo fanno da ornamento alle piazze: sono altrettanti terrori d’una storia in cui tutto si è confuso in un medesimo sentimento, e nello stesso tempo troppo grevi e pomposi perché non vi si insinui il sospetto di una certa ironia. Tutto questo è napoletano. Direi che è il segno più sicuro dell’esistenza d’una capitale. Non v’è nessuna sproporzione fra lo scenario e l’uomo, e quel tanto che in alcuni quartieri di Napoli è inaspettatamente duro, cupo come una prigione, fanatico perfino, risponde al fondamentale sereno animo napoletano, al suo sentimento delle classi nella storia. Perché non v’è luogo come questo dove i limiti delle classi siano segnati da ogni cosa; e tuttavia le classi vi sono solidali, con caratteri comuni, in una strettissima parentela, sul tipo delle società italiane più autentiche. Altrove il predominio d’una classe segnerebbe la decadenza delle altre, là dove le classi moderne si sono cristallizzate. A Napoli questo fatto significherebbe soltanto una successione naturale, negli stessi limiti, nella stessa direzione. La delimitazione delle classi, ognuna nel suo mondo e nella sua concezione della vita, non è affare di questa città, dove è ancora vero il fatto che la differenza tra uomo e uomo è fatta di differenze di condizioni e non di natura e neppure di aspetto. Ed è proprio questo che dà un tono alla vita napoletana, una delle poche società urbane veramente compatte e con caratteri strettamente suoi, fuori dello snobismo internazionale che rende tanto precari altri aggregati cittadini. Tutta Napoli ha i caratteri del popolo in una specie di elaborazione popolare e culturale insieme, si vanta della sua essenza popolare, vi sta in mezzo in una gerarchia naturale, tanto gli elementi popolari italiani sono passibili di elevazione e di perfezione. Nella scala sociale si assiste al sorprendente ripetersi di tipi con caratteri comuni, e torna a mente quello che diceva Stendhal, che solo le fortune distinguono in Italia un uomo dall’altro, e non la nascita. Dicevo prima dell’importanza dell’uomo rispetto alla natura e all’architettura. In nessun altro Paese si ha l’impressione come qui che veicoli, automobili, carrozze, tranvai siano di minor proporzione che altrove, in modo che l’uomo vi sta dentro grande come in una figurazione primitiva, e, meglio, come in una figurazione popolare. Altrove il veicolo e la macchina confondono e limitano l’uomo, a Napoli un tranvai e un’auto carichi di gente danno l’idea della folla che si serve della macchina come un tempo del ciuco o del cavallo; v’è sempre l’idea della gita più che della costrizione metropolitana, è un’evasione festiva, con un mezzo più comodo e forse meno serio di un mezzo naturale. E poi, con quella facilità d’interpellarsi e di porgersi aiuto l’un l’altro! Sarà effetto dell’aria e della luce che vi si distende specchiata dal mare, come nell’eterna campagna mediterranea, che isola uomini e cose in un’armonia che fu già il fondamento d’un’arte felice e di pieno equilibrio. Ma a Napoli l’architettura non ha un predominio schiacciante come nel settentrione, rimane invenzione degli uomini o segno delle loro ambizioni e dei loro timori, tanto che il barocco spagnuolo non ha perduto qui i suoi caratteri e l’architettura dove è più allettante simula un certo ordine popolare che è poi un ordine morale e sociale. La pietra, spesso lavorata in un modo ozioso e fino al vaniloquio, è arida pietra che non riesce mai a formare un paesaggio e un mondo puramente architettonico è invece qualcosa come un ricordo e uno stato d’animo; vi concorre la luce, l’idea dell’acqua, del mare, del cielo, a renderla ostile, e in nessun luogo è tanto facile come qui vedere il convento e il palazzo che somigliano a prigioni, o, al contrario, palazzi che sembrano case di campagna perdute nella grande città. Sì, ma con un sentimento dell’aria e della luce che troveremo più agitato andando più giù nell’Italia meridionale. E’ questo il carattere che chiamerei morale della struttura di Napoli. Si direbbe che in un ambiente d’aria e di luce buone per tutti, prodighe a tutti, aria e luce diventino la conquista più importante, il segno più palese del benessere, della ricchezza, della potenza. V’è qualcosa di antico, di naturale nel fatto che sole e aria e bella veduta siano al sommo dei pensieri di tutti, e formino uno dei motori di questa civiltà. Bisogna essere meridionali per capirlo del tutto. E questo in una natura straordinariamente formata, che non si può dir più terrestre, ma d’un ordine più alto, anche se più letterario. La natura di Napoli è assai lontana da quello che di solito intendiamo quando diciamo campo, mare, monte. L’occhio vuole la sua parte, è un modo di dire meridionale. Bisogna conoscere la campagna che si stende da Napoli a Salerno per rendersi conto come anch’essa abbia la sua architettura, il suo ritmo, il suo schema, con quel gusto degli elementi diversi disposti in un ordine tutto particolare, che è tutta una civiltà complessa, come il gusto toscano pei palazzi. La campagna è un fatto solo con la città, e non un elemento contrastante o un’alternativa fra mondi opposti, ma il fondamento d’un gusto e d’una disposizione dell’animo fermati in una stagione classica, senza decadenze né imbarbarimenti. Qui lo stile s’è mantenuto in un rapporto originale, come in un modello di architettura. Città e campagna hanno lo stesso felice rapporto che tra vita e arte etrusca, dove non si distingue fino a che punto l’animo popolare abbia improntato di sé le forme più alte della vita. Il quale animo non è in un atteggiamento di villaggio, né chiuso né idolatra, ma ha una rispondenza coi gusti fondamentali dell’uomo come d’un Eden mai smarrito. Si notino a Napoli gl’infiniti chioschi dove non si vende che acqua, ornati di frutta; o la frutta stessa nei piccoli mercati, che è un vero lusso; o il sapore della cucina, quasi tutto tendente a certi sapori acidi che sono assai nel gusto delle donne e dei ragazzi, e quindi delle creature più vicine agli elementi originali della creazione. E lo stesso Vesuvio fornisce un vino aspro, che è un’altra nota in questi acri sapori. E’ una città d’un milione d’abitanti che non s’è scordata la natura, pur con le fortezze più cupe che la dominano. L’invito dei mercati è alla bellezza delle derrate, a uno spettacolo puramente visivo, come se la bellezza fosse tutto. In un mondo che si adorna tanto facilmente degli appellativi di meccanico, questa città da un pezzo ha conosciuto i piaceri delle evasioni nella natura, che è un carattere d’oggi. Gli stranieri vi corrono come a non si sa che bizzarra varietà, ne scrivono, anche, con una leggerezza incauta, pochi hanno capito l’essenza estremamente libera e sottile di questo paese. La quale essenza si può misurare meglio in questi tempi in cui stanno crollando tutti i convenzionalismi cui si era affidata una società nel pieno benessere, e che s’era fatte tante comode virtù. Al primo segno di malessere vediamo virtù e convenzioni crollare, caratteri insospettati uscir fuori, e le civiltà in fama di raffinate mostrare non si sa che stupida barbarie. E’ proprio questo il tempo in cui si misura cosa voglia dire civiltà, e civiltà antica, e senso del diritto e dell’umanità. Nei paesi a civiltà provata, la resistenza a un tempo duro come questo è un fatto secolare come se soccorresse un’esperienza lunga delle crisi di civiltà. A ogni modo, nessuno degli spettacoli veramente selvaggi che danno i popoli cosiddetti civili è apparso in Italia. Nessuna civiltà è durata tanto poco quanto quella che vede il crepuscolo in questi anni; e se mai la prova dovesse durare ancora, si vedrebbero, proprio nelle nazioni che ieri formarono il modello della civiltà, spettacoli assai più gravi di quelli che abbiamo veduto, e gli aggregati nazionali tenuti insieme dalla facile forza della ricchezza tornare alle primitive avventure e al banditismo. A Napoli, pur modernissima e metropolitana, meno che altrove si trova l’infatuazione della modernità per la modernità, tutto vi acquista un colore armonico, fin le più moderne invenzioni che entrano qui in un regno naturale e sottomesso tanto più notevole quanto più disparati sono i suoi elementi. Sia che la funicolare vada su per la china del Vomero, sia che l’aeroplano infili l’imboccatura del porto e levi verso sud come a un regno d’uccelli fantastici, la civiltà meccanica non ha inciso per nulla il carattere del popolo il quale si serve di cotesti nuovi prodigi come di comode fantasie. Ci vuol poco perché queste cose assumano l’aspetto del giocattolo. E del resto l’uomo costruisce perpetuamente se stesso; una macchina, quale essa sia, è sempre un modello della struttura dell’uomo il quale nella macchina pone polmoni e cuore e stomaco e la bocca e il resto: perpetua autobiografia per cui l’uomo non può mai uscire da se stesso, ed è la misura di tutto

Corrado Alvaro, su La Stampa, 20 maggio 1932