La morte di Garbutt

L’articolo con cui Vittorio Pozzo ricorda Garbutt su La Stampa il 27 febbraio 1964, tre giorni dopo la sua morte.

Febbraio 1964. La morte di Garbutt. Articolo di Vittorio Pozzo

Febbraio 1964. La morte di Garbutt. Articolo di Vittorio Pozzo

Al ritorno da uno dei nostri soliti viaggi domenicali, ci ha raggiunto una notizia che ci ha vivamente addolorati — come certamente addolorerà gli sportivi che hanno vissuto la vicissitudine del calcio italiano di anni fa. E’ morto, nella sua Inghilterra, a Warwich, Billy Garbutt, uno dei veri pionieri del giuoco nostro. Era stato, in un primo tempo, soldato di professione, in artiglieria. Lasciato il servizio, era passato, come calciatore, all’Arsenal — quando questo aveva il campo ancora accanto all’Arsenale di Woolwich che si chiamava appunto Woolwich Arsenal. Si ferì poi gravemente all’inguine nel tentativo di sorpassare uno dei famosi terzini del Blackburn Rovers, a Blackburn, spedendo la palla da una parte dell’avversario e lui sgusciandogli dall’altra. Combinazione, io, studente in Inghilterra a quei tempi, ero a Blackburn quel giorno, nei posti popolari, e Garbutt, riportando un violento strappo, mi venne a cadere a distanza di un paio di metri. Portato fuori, rientrò, ma non guarì più. Venne mandato in Italia, come allenatore: al Genoa. E del Genoa divenne e rimase per lunghi anni una colonna basilare. Erano i tempi di Grant e di Eastwood, al Genoa. E stringemmo un’amicizia di ferro. Allo scoppio della prima guerra mondiale, fece ritorno in patria, e si arruolò. Combatté in Belgio, nelle Fiandre, fu due volte “over the top” — come risulta dalle sue lettere a noi — all’attacco all’arma bianca. A guerra finita, ritornò al suo Genoa, e lo riportò a vincere due volte il campionato. Era sposato, ed aveva un figlio che aveva imparato a parlare il dialetto genovese come un ragazzo di Porteria. Lo chiamai, per fare da allenatore alla squadra nazionale, nella prima occasione in cui fui nominato commissario unico, per le Olimpiadi del 1924, a Parigi. Chiamai con lui anche Herbert Burgess, un altro uomo del suo stampo, che aveva giuocato a Manchester ed in Nazionale. Burgess fu l’uomo che — coi fratelli Monti, Fayenz, Fagioli e tanti altri fece di Padova una città calcistica. Alla sera, a Parigi, mettevo o Burgess o Garbutt di guardia sulle scale perché nessuno dei giuocatori tentasse di andarsene. Una notte, nell’oscurità, un giuocatore — non fu possibile stabilire con precisione chi fosse, ma ritenemmo tutti che fosse il vercellese Ardizzone — inciampò nel corpo di Garbutt, che si era addormentato sul pianerottolo e lo ferì alla schiena. Dal Genoa, Garbutt passò al Napoli e poi alla Roma. Dalla Roma andò a finire in Spagna, al famoso Atlètico di Bilbao, dove sostituì un altro inglese, il nazionale Pentland del Middlesborough, che vi era rimasto a lungo. Ritornò al suo Genoa nel ’37, in tempo per la seconda guerra mondiale. Aveva acquistato coi suol sudati risparmi — allora non si guadagnavano i milioni a fare l’allenatore — una casetta in un paesetto, sugli Appennini, non lontano da Genova. Un bombardamento inglese gliela distrusse. La moglie si nascose in Toscana, sotto nome italiano, in una famiglia di amici. Gliela uccisero, ancora gli inglesi stessi, durante un bombardamento. Lui fu preso e portato in un campo di concentramento. Il giorno in cui poté evaderne — che gli inglesi risalivano la Penisola — se ne venne a Roma, affamato. E lesse su di un giornale sportivo che suo lìglio era entrato quel mattino stesso nella capitale coll’armata di Alexander. Cosi padre e figlio si ritrovarono. Delle pratiche perché potesse rientrare in possesso di parte del suo, ci occupammo pure noi. Il Genoa lo riassunse, ormai anziano. Un giorno che pioveva, scendendo dal tram in piazza Corvetto, scivolò sul suolo bagnato, e si ruppe il femore. Da allora camminava colle grucce. Rimasto solo, adottò una ragazza genovese dal nome di Concetta, e, ad un certo momento la portò con sé in Inghilterra, a Leamington Spa prima ed a Warwich dopo. Questa brava ragazza, diventata oramai mezzo inglese, lo segui e lo curò fino all’ultimo. Noi Io incontrammo ancora, il buon Billy, facendolo venire a Londra, nel corso dei nostri viaggi. Mal ridotto, aveva conservato un senso di dignità veramente commovente. Accettò ultimamente qualche cosa dai suoi vecchi giocatori — capeggiati da quel fior d’uomo che è Luisin Burlando — i quali per la sua dipartita saranno tanto commossi quanto lo siamo noi. I giovani — specialmente quelli che credono che il pensare al passato non rende — non lo conoscevano. Non lo hanno dimenticato — certo no — gli anziani. Nell’ultima lettera sua, che ho sul tavolo, mi rimproverava velatamente perché tardavo a rispondergli. Vorrei che la sorte mi riservasse di tornare presto in Inghilterra. Per portare due fiori sulla tomba di un uomo di una tempra che dimenticare non si può.