“Gli infami”

INFAMI. Basta una parola per i due striscioni esposti ieri all’Olimpico. Infami gli striscioni, infami quelli che li hanno pensati, scritti ed esposti. Perché evidentemente non bastava un tifoso del Napoli morto ammazzato, morto dopo quasi due mesi di coma. Bisognava anche camminare sulla sua memoria, usare un morto per far male ai vivi. A sua madre, in particolare. Mai nominata, perché anche i peggiori infami conoscono il codice. ‘Che cosa triste: lucri sul funerale con libri e interviste’. ‘C’è chi piange un figlio con dolore e moralità e chi ne fa un business senza dignità’.
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“Napoli non è matura per lo scudetto”

Il Mattino, 2 gennaio 2015

Il Mattino, 2 gennaio 2015

 

“In ritiro ho sbagliato a parlare di tricolore. L’obiettivo del Napoli e’ essere competitivi sempre.
Prima o poi lo scudetto arriverà, ma non perché arriveranno uno o due giocatori. Si vince quando c’è un fronte unico composto da squadra, società e tifoseria. Lo scudetto ci sarà quando l’ambiente sarà0202 maturo”.

La morte di Cavanna

La Stampa

La Stampa

A proposito di portieri, se n’è andato questa settimana Bepi Cavanna, aveva 72 anni, vercellese. E’ un nome che, ai giovani, dice poco o niente ma che solleva, come si suol dire, un’ondata di ricordi tra noi brizzolati, soprattutto tra i miei coetanei napoletani, perché Cavanna nei lontanissimi anni Trenta, fu un idolo per i tifosi del “ciuccio”.
Cavanna, che contò anche sei presenze nella Nazionale B, noi ragazzi di allora lo adoravamo per due ragioni: primo, perché era lo zio di Silvio Piola; secondo, perché parava da padreterno, tanto che lo chiamavano il “giaguaro” o la “pantera” o qualcosa di simile. Non ricordo bene i particolari, ma mi pare che Silvio avesse esordito proprio contro lo zio e che gli avesse mollato non so più se due o tre gol. Insomma un esempio di irriverenza che a noi scugnizzi partenopei, contestatori da sempre di tutti i poteri costituiti, compresi quelli familiari, ci piacque da morire anche se si ritorceva contro il nostro prediletto Napoli.

(Antonio Ghirelli, La Stampa, 6 novembre 1976)

La pagina di Cavanna

“Là dove Napoli non perdona”

Cavanna, che è tra i migliori portieri d’Italia, ha fatto sciupar quasi lo stesso inchiostro che non Vincenzi, Innocenti e Vojak per le sue mancate inclusioni nella Nazionale, di qualunque lettera dell’alfabeto questa sia stata contraddistinta: ma là dove Napoli non perdona è sulla mancata inclusione di Sallustro tra gli azzurri, possibili o probabili.
Non sarà certo una mancanza di rispetto se diremo che solo l’egoismo degli appassionati e il timore di veder Sallustro sciuparsi per le fatiche della Nazionale, anziché per le fortune della propria squadra, hanno fatto sì che da Napoli non si sia levato un formidabile grido di dolore per la ignoranza con cui si circonda ogni gesta del veltro.

(Cenzo Bianculli, il Littoriale)

“La prima volta del sud”

Se vi fosse il totalizzatore per il campionato di calcio crediamo che si punterebbe assai più sui campioni che non sul Napoli. Perché la Juventus è in ripresa. (…) Il Napoli è l’unico squadrone imbattuto (…) Abbiamo veramente una compagine che fila a tutto vapore che è sorretta da un morale meraviglioso. Poiché non ha perso a Padova, la sua posizione al comando si è notevolmente rafforzata: questo suo inizio è veramente superbo, e se anche non è dato di sapere se il Napoli sarà in grado di reggere alla offensiva che gli muoveranno gli altri squadroni, pure si può senz’altro asserire che il campionato di quest’anno ha nel Napoli un grande attore, tornato meritatamente alla ribalta per il suo valore, la sua volontà, la sua fede. E’ la prima volta che una squadra del sud si insedia saldamente al comando della classifica ed il fatto ha la sua importanza, tenuto conto che alle spalle dei partenopei stanno unità che si sono notevolmente rafforzate dalla scorsa stagione, mentre il Napoli è, nelle sue grandi linee, quello del passato torneo.

(Luigi Cavallero, La Stampa, 25 ottobre 1932)

“Lo si attende alla prova del fuoco”

Possiamo tutti immaginarsi il tripudio degli sportivi partenopei per questa sicura avanzata della loro squadra, ma chi si sente di giurare che gli azzurri siano veramente immuni dai mali che travagliano tutte le grandi unità? (…) Ora si sarebbe tentati di elogiare senza riserve il Napoli, di dire tutta l’ammirazione per questa unità che ostenta una potenza impareggiabile e che capeggia, unica imbattuta, il lotto delle diciotto, ma poi ecco che, guardando il calendario, si vede che gli azzurri al loro prossimo incontro sono attesi a Padova. Di quali prodezze sia capace la squadra veneta sappiamo tutti e non ci sarebbe da stupirsi se domenica prossima anche il Napoli dovesse essere battuto (…) Il Napoli è la squadra che ha segnato più goals, che è fra quelle che ne hanno subiti meno, che ha favorevolmente impressionato in ogni suo incontro e che… lo si attende alla prova del fuoco a Padova. Dopo Padova si potrà dire assai di più e non saremmo certo noi a dolerci di dover raddoppiare le lodi per l’undici azzurro che è tra i più forti, i più corretti ed i più tecnici che il calcio italiano annoveri.
(L.C., La Stampa, 18 ottobre 1932)

“L’unico a tenere in piedi la sfasciata carcassa”

Il 21 giugno 1932 un durissimo articolo del Littoriale sull’addio annunciato da Garbutt al Napoli.

wg-2Garbutt lascia Napoli senza che nessuno l’abbia congedato, ma soltanto perché, solo sottovoce, chi doveva gli ha detto: “Resta…”. Fino all’ultimo momento i dirigenti del Napoli, che avevano deciso già dal 31 maggio – con tutti gli onori – di sostituirlo, ha tergiversato tra il timore di dispiacere ad una folla che era poi più serena che non certi sedicenti riformatori, e l’altro di commettere una di quelle classiche “cappellate” che bastan da sole a far ricordare un periodo di gestione sociale.
Willy Garbutt, gentiluomo di uno stampo di cui purtroppo ogni giorno più si person le tracce, ha avuto il coraggio di decidersi, quello stesso che i dirigenti del Napoli hanno per lo meno indugiato ad avere. E questo, che può apparire superbia, è stata invece la più bella affermazione della coscienza del suo glorioso passato, qualche volta tirato in ballo perfino nei pettegolezzi cittadini con scandaloso, pessimo gusto. E Garbutt senza attendere la solita lettera di ringraziamento per “segnalati servigi” ha precipitato sdegnosamente gli eventi, valutando nell’Alessandria quel campo ove meglio poteva fiorire la quercia della riabilitazione che nessun sportivo di buon senso deve accettare perché nessuno ha il diritto e la coscienza di poterla richiedere.
Willy Garbutt, l’uomo che è stato l’unico a tener in piedi quella sfasciata carcassa che è stata la squadra del Napoli dalla morte di Giorgio Ascarelli fino ad oggi, è stato richiesto timidamente dalla Lazio, dall’Ambrosiana, dall’Alessandria, dal Bologna, con la stessa timidezza con cui il contadino osa rivolgere la parola al rutilante portiere del castello padronale. Nessuno osava pensare che, in questi tempi di magra anche per quanto riguarda direzioni tecniche, il Napoli avesse la dabbenaggine di disfarsi del suo rinomatissimo Garbutt. E “mister” ha scelto la più modesta delle sue aspiranti, la “provinciale” Alessandria, perché da essa, dalla chiarezza insorpassata del suo gioco e dal lucore della sua fiamma, più che da una opulenza per lui inutile, egli potese trarre la convinzione che Napoli e il Napoli non han motivi di rallegrarsi per averlo perduto.
A Garbutt si rimproverano molte cose: che non ha dato gioco alla squadra; che non ha formato nuovi giuocatori; che non ha avuto energia; che, infine, la sua partenza è fatale in quanto che i soloni di quaggiù hanno decretato che un trainer non deve essere in carica per più di tre anni, presso la stessa squadra. Felsner, per un decennio bolognese, e Schoeffer, per un decennio bresciano, sorridono all’insulsa sentenza.
Ma chi ha dato nuovo lustro ed altro morale a Vojak e a Vincenzi, venduti dalla Juventus e dal Torino perché ritenuti giocatori esauriti? Chi ha tratto fuori dalla mediocrità e dalle varie squadrette dei liberi i vari Sallustro, Capano, Franzese, Zontini, Pinto, Busiello, Maio, Brancaccio e Sacchi III? E con chi e su chi usare energia, in quell’anarchia che era il Napoli di un mese fa?
Garbutt, ci piace pensarlo, dimenticherà nelle cure per i grigi, per quei grigi che domenica, prima e dopo la partita tra Campania e Piemonte gli si aggruppavan d’attorno per circuirlo di attenzioni e di affettuosità, l’ingrata e non ingloriosa parentesi napoletana, anche in omaggio al ricordo di quegli azzurri che non ebbero mai per lui parola che non sia suonata ossequio ed affetto. Se ne andrà, il buon Garbutt, augurando in cuor suo tutto il bello per quella casacca che l’ha avuto lavoratore infaticabile e, spesso, oscuro e generoso benefattore del giocatore indigente. E, partendo, forse attribuirà all’acre fumo della sua pipetta le due lacrime che, fugaci come un baleno, gli agemineranno le ciglia.

(e.b., su Il Littoriale)

“L’importanza dell’uomo su tutte le cose”

alvaroA Napoli quello che mi colpisce è l’importanza dell’uomo su tutte le cose; altrove è la città, la sua architettura, la sua storia, le sue attitudini che vi parlano chiaro al primo passo; a Napoli è la vita coi suoi atteggiamenti, fermi a un tempo che non è di ieri né d’oggi, come il segreto della vita fissato a un punto medio che non è nuovo né antico, ma di sempre, la media d’una civiltà, che è metropolitana e paesana, come fra le città del mondo si trova forse soltanto a Parigi; una città d’immigrati anche Napoli come tutte le grandi città, ma d’immigrazione antica che ha avuto il tempo di prendere possesso di tutto, e dove i ricordi delle terre lasciate indietro sono rimasti al loro stato originale, senza quelle dimenticanze che fanno di Berlino, per esempio, una città ugualmente d’immigrati, ma che hanno abbandonato i lari nelle terre d’origine. A Napoli l’uomo ha avuto secoli per adattarsi e per posarsi, vi ha formato depositi sociali composti d’una vera e propria razza, che regge il suo ordine antico, come certi muri apparentemente in rovina i grandi edilìzi storici. Solamente l’uomo strettamente parente della natura riesce a costruire aspetti di città di dura pietra: questo è accaduto ai primordi delle città italiane, accadde ed è ancor vivo a Napoli. C’è lo stesso senso della grande montagna e delle soste delle vigne nei terrazzi sul mare. A Napoli l’architettura monumentale è estranea alla terra, e nello stesso tempo è logica, e quasi naturale; importata anch’essa, e spesso da tutt’altro genio che da quello napoletano, costituisce la storia morale di questo popolo: un colle diventa fortezza e insieme è una montagna popolata di villaggi; portoni spropositati reggono spesso abitazioni strettissime ; scenari di muro compatto rosa e giallo sono come una prigione urbana; e giganteschi candelieri di marmo fanno da ornamento alle piazze: sono altrettanti terrori d’una storia in cui tutto si è confuso in un medesimo sentimento, e nello stesso tempo troppo grevi e pomposi perché non vi si insinui il sospetto di una certa ironia. Tutto questo è napoletano. Direi che è il segno più sicuro dell’esistenza d’una capitale. Non v’è nessuna sproporzione fra lo scenario e l’uomo, e quel tanto che in alcuni quartieri di Napoli è inaspettatamente duro, cupo come una prigione, fanatico perfino, risponde al fondamentale sereno animo napoletano, al suo sentimento delle classi nella storia. Perché non v’è luogo come questo dove i limiti delle classi siano segnati da ogni cosa; e tuttavia le classi vi sono solidali, con caratteri comuni, in una strettissima parentela, sul tipo delle società italiane più autentiche. Altrove il predominio d’una classe segnerebbe la decadenza delle altre, là dove le classi moderne si sono cristallizzate. A Napoli questo fatto significherebbe soltanto una successione naturale, negli stessi limiti, nella stessa direzione. La delimitazione delle classi, ognuna nel suo mondo e nella sua concezione della vita, non è affare di questa città, dove è ancora vero il fatto che la differenza tra uomo e uomo è fatta di differenze di condizioni e non di natura e neppure di aspetto. Ed è proprio questo che dà un tono alla vita napoletana, una delle poche società urbane veramente compatte e con caratteri strettamente suoi, fuori dello snobismo internazionale che rende tanto precari altri aggregati cittadini. Tutta Napoli ha i caratteri del popolo in una specie di elaborazione popolare e culturale insieme, si vanta della sua essenza popolare, vi sta in mezzo in una gerarchia naturale, tanto gli elementi popolari italiani sono passibili di elevazione e di perfezione. Nella scala sociale si assiste al sorprendente ripetersi di tipi con caratteri comuni, e torna a mente quello che diceva Stendhal, che solo le fortune distinguono in Italia un uomo dall’altro, e non la nascita. Dicevo prima dell’importanza dell’uomo rispetto alla natura e all’architettura. In nessun altro Paese si ha l’impressione come qui che veicoli, automobili, carrozze, tranvai siano di minor proporzione che altrove, in modo che l’uomo vi sta dentro grande come in una figurazione primitiva, e, meglio, come in una figurazione popolare. Altrove il veicolo e la macchina confondono e limitano l’uomo, a Napoli un tranvai e un’auto carichi di gente danno l’idea della folla che si serve della macchina come un tempo del ciuco o del cavallo; v’è sempre l’idea della gita più che della costrizione metropolitana, è un’evasione festiva, con un mezzo più comodo e forse meno serio di un mezzo naturale. E poi, con quella facilità d’interpellarsi e di porgersi aiuto l’un l’altro! Sarà effetto dell’aria e della luce che vi si distende specchiata dal mare, come nell’eterna campagna mediterranea, che isola uomini e cose in un’armonia che fu già il fondamento d’un’arte felice e di pieno equilibrio. Ma a Napoli l’architettura non ha un predominio schiacciante come nel settentrione, rimane invenzione degli uomini o segno delle loro ambizioni e dei loro timori, tanto che il barocco spagnuolo non ha perduto qui i suoi caratteri e l’architettura dove è più allettante simula un certo ordine popolare che è poi un ordine morale e sociale. La pietra, spesso lavorata in un modo ozioso e fino al vaniloquio, è arida pietra che non riesce mai a formare un paesaggio e un mondo puramente architettonico è invece qualcosa come un ricordo e uno stato d’animo; vi concorre la luce, l’idea dell’acqua, del mare, del cielo, a renderla ostile, e in nessun luogo è tanto facile come qui vedere il convento e il palazzo che somigliano a prigioni, o, al contrario, palazzi che sembrano case di campagna perdute nella grande città. Sì, ma con un sentimento dell’aria e della luce che troveremo più agitato andando più giù nell’Italia meridionale. E’ questo il carattere che chiamerei morale della struttura di Napoli. Si direbbe che in un ambiente d’aria e di luce buone per tutti, prodighe a tutti, aria e luce diventino la conquista più importante, il segno più palese del benessere, della ricchezza, della potenza. V’è qualcosa di antico, di naturale nel fatto che sole e aria e bella veduta siano al sommo dei pensieri di tutti, e formino uno dei motori di questa civiltà. Bisogna essere meridionali per capirlo del tutto. E questo in una natura straordinariamente formata, che non si può dir più terrestre, ma d’un ordine più alto, anche se più letterario. La natura di Napoli è assai lontana da quello che di solito intendiamo quando diciamo campo, mare, monte. L’occhio vuole la sua parte, è un modo di dire meridionale. Bisogna conoscere la campagna che si stende da Napoli a Salerno per rendersi conto come anch’essa abbia la sua architettura, il suo ritmo, il suo schema, con quel gusto degli elementi diversi disposti in un ordine tutto particolare, che è tutta una civiltà complessa, come il gusto toscano pei palazzi. La campagna è un fatto solo con la città, e non un elemento contrastante o un’alternativa fra mondi opposti, ma il fondamento d’un gusto e d’una disposizione dell’animo fermati in una stagione classica, senza decadenze né imbarbarimenti. Qui lo stile s’è mantenuto in un rapporto originale, come in un modello di architettura. Città e campagna hanno lo stesso felice rapporto che tra vita e arte etrusca, dove non si distingue fino a che punto l’animo popolare abbia improntato di sé le forme più alte della vita. Il quale animo non è in un atteggiamento di villaggio, né chiuso né idolatra, ma ha una rispondenza coi gusti fondamentali dell’uomo come d’un Eden mai smarrito. Si notino a Napoli gl’infiniti chioschi dove non si vende che acqua, ornati di frutta; o la frutta stessa nei piccoli mercati, che è un vero lusso; o il sapore della cucina, quasi tutto tendente a certi sapori acidi che sono assai nel gusto delle donne e dei ragazzi, e quindi delle creature più vicine agli elementi originali della creazione. E lo stesso Vesuvio fornisce un vino aspro, che è un’altra nota in questi acri sapori. E’ una città d’un milione d’abitanti che non s’è scordata la natura, pur con le fortezze più cupe che la dominano. L’invito dei mercati è alla bellezza delle derrate, a uno spettacolo puramente visivo, come se la bellezza fosse tutto. In un mondo che si adorna tanto facilmente degli appellativi di meccanico, questa città da un pezzo ha conosciuto i piaceri delle evasioni nella natura, che è un carattere d’oggi. Gli stranieri vi corrono come a non si sa che bizzarra varietà, ne scrivono, anche, con una leggerezza incauta, pochi hanno capito l’essenza estremamente libera e sottile di questo paese. La quale essenza si può misurare meglio in questi tempi in cui stanno crollando tutti i convenzionalismi cui si era affidata una società nel pieno benessere, e che s’era fatte tante comode virtù. Al primo segno di malessere vediamo virtù e convenzioni crollare, caratteri insospettati uscir fuori, e le civiltà in fama di raffinate mostrare non si sa che stupida barbarie. E’ proprio questo il tempo in cui si misura cosa voglia dire civiltà, e civiltà antica, e senso del diritto e dell’umanità. Nei paesi a civiltà provata, la resistenza a un tempo duro come questo è un fatto secolare come se soccorresse un’esperienza lunga delle crisi di civiltà. A ogni modo, nessuno degli spettacoli veramente selvaggi che danno i popoli cosiddetti civili è apparso in Italia. Nessuna civiltà è durata tanto poco quanto quella che vede il crepuscolo in questi anni; e se mai la prova dovesse durare ancora, si vedrebbero, proprio nelle nazioni che ieri formarono il modello della civiltà, spettacoli assai più gravi di quelli che abbiamo veduto, e gli aggregati nazionali tenuti insieme dalla facile forza della ricchezza tornare alle primitive avventure e al banditismo. A Napoli, pur modernissima e metropolitana, meno che altrove si trova l’infatuazione della modernità per la modernità, tutto vi acquista un colore armonico, fin le più moderne invenzioni che entrano qui in un regno naturale e sottomesso tanto più notevole quanto più disparati sono i suoi elementi. Sia che la funicolare vada su per la china del Vomero, sia che l’aeroplano infili l’imboccatura del porto e levi verso sud come a un regno d’uccelli fantastici, la civiltà meccanica non ha inciso per nulla il carattere del popolo il quale si serve di cotesti nuovi prodigi come di comode fantasie. Ci vuol poco perché queste cose assumano l’aspetto del giocattolo. E del resto l’uomo costruisce perpetuamente se stesso; una macchina, quale essa sia, è sempre un modello della struttura dell’uomo il quale nella macchina pone polmoni e cuore e stomaco e la bocca e il resto: perpetua autobiografia per cui l’uomo non può mai uscire da se stesso, ed è la misura di tutto

Corrado Alvaro, su La Stampa, 20 maggio 1932

Sallustro e Mezza: l’artigliere e l’alpino

sallmeaIl duello tra Sallustro e Meazza (ci sembra di udire i giornalisti del futuro allorché, parlando della nobilissima Napoli e della industre Milano, diremo che, i rapporti tra i due centri son passati alla storia per una barbosa e dibattuta emulazione e superiorità di due giocatori) si è risolto con la vittoria del primo. Sempre poco; (ci sembra di sentire) visto che, quando si tratterà di scegliere il miglior centro-avanti d’Italia si chiamerà Meazza e non Sallustro.
Troppo poco se come ci giunge all’orecchio, da Madrid e da Barcellona le proposte di ingaggio solleticano l’alpino e non l’artigliere. Ma tant’è: chi si contenta gode: a Napoli, Sallustro ha detto ancora una volta che il migliore è lui. E il napoletano non vuole altro: vuole che, almeno sul suo campo il migliore sia un concittadino: e chiunque dirà che Meazza è più grande, sappia che tra il male e il bene, tra il torto e la ragione, linea recisa di demarcazione non v’è, sappia ancora che meno ne esustono tra il buonissimo e l’ottimo.
Sallustro è Sallustro: un ragazzone buono sul campo come nella vita. Fronte alta, viso aperto, sguardo franco: egli cerca l’avversario e lo saluta e lo rialza, quando questi cade. Nel vivo del gioco non si ferma, ma va nel più forte della mischia e cerca l’avversario migliore per sé, e lo affronta e lo combatte. Non si dà al gioco sottile delle finte che pur vanno diritte allo scopo, ma scopre il suo gioco e dice “sono qua, combattetemi, se lo sapete, fermatemi, se potete”. […] Sallustro corre verso l’avversario e il campo lo segue urlando invasato, spingendolo con la forza del suo grido. Sallustro cade e il campo impreca, Sallustro vince e il pubblico lo acclama, e riconosce il valore degli altri, ma non sa che acclamare Sallustro. E’ per questo smisurato affetto con cui Napoli lo lega a sé, che Sallustro non lascerà mai il Napoli e Napoli, è con questa profonda ammirazione che oggi, avendo sorpreso un signore che discutendo diceva “e mi sembra che Sallustro abbia sbagliato”; uno scugnizzo, un mocciosetto col naso e con le mani illividite di freddo si è accostato e gli ha gridato sul muso: “Signurì, Sallustro nu’ sbaglia…!!!”.

(da Il Littoriale)

“Non hanno più la fiducia”

Il 20 giugno, duro articolo de Il Littoriale contro i dirigenti del Napoli che non si sono dimessi, come invece pareva che fosse alla vigilia. Perplessità anche sulla conferma di Garbutt e sui nuovi possibili acquisti.

Si pensava che il comuncato avrebbe recato la notizia delle dimissioni dell’intero Consiglio del Napoli, la cui direzione si sperava fosse affidata a qualche nuova personalità che per disponibilità di tempo e di mezzi finanziari (nessuno ignora che questa è una qualità essenziale, oggi, in un presidente di società calcistiche), per sincera e profonda passione, per serena competenza e per ferma energia, desse affidamento di saper riportare la società azzurra sulla strada che le aveva tracciato il compianto Giorgio Ascarelli e dalla quale, a giudizio degli sportivi, principalmente la inefficienza di un Consiglio pletorico, eterogeneo, discorde l’aveva allontanata.
I consiglieri del Napoli rimangono tutti sulla breccia. Evidentemente sentono di aver forza e capacità